LA BATTAGLIA DELLA BAINSIZZA

 

Tra il maggio e l' agosto 1917 furono combattute la X e l' XI Battaglia dell' Isonzo, le ultime due sanguinose offensive dirette da Cadorna. L' altipiano della Bainsizza fu conquistato, ma la Germania avvertì la minaccia e decise di intervenire. La vittoria della Bainsizza doveva costare all' Esercito Italiano di lì a poco la ritirata di Caporetto

 

Il bilancio del 1916 si chiudeva con un pesante passivo di lutti e rovine per entrambe le avverse coalizioni in guerra e si può ipotizzare che nessuno dei comandanti in capo dei diversi schieramenti potesse credere in una risoluzione del conflitto nel breve termine. 

Sul fronte orientale, l' immensità dello spazio aveva consentito di assorbire grandi avanzate e altrettanto grandi ritirate; nei Balcani, la Romania era stata sommersa pressochè interamente, ma non era in quel teatro operativo che gli Imperi Centrali potevano trovare la risoluzione favorevole del conflitto, mentre, poco più ad ovest, l' ala destra delle forze italiane in Albania s' era saldata con quella sinistra dell' armata di Salonicco costituendo una barriera alla spinta nemica verso la Grecia. Sul fronte occidentale, le immani carneficine di Verdun e della Somme avevano confermato l' inutilità di cozzare contro posizioni organizzate a difesa e su quello italiano, la vittoria di Gorizia, fulminea risposta alla Straffexpedition, fece sembrare per un momento che i fanti potessero "rimettere le ali ai piedi", ma la "linea dei santi", dal Monte Santo al S. Michele, aveva infranto, dopo la troppo breve illusione, lo slancio offensivo e le tre "spallate" sul Carso, dell' autunno 1916, pur facendo vacillare l' impalcatura difensiva dell' esercito austro-ungarico, l' aveva lasciata in piedi e Cadorna aveva rinunciato a sferrarne una quarta.

Nel campo delle Potenze dell' Intesa mancava sempre il coordinamento degli sforzi, deleteria era la carenza di un comando unico che riuscisse ad ottenere che le azioni concorressero, in stretta intesa di tempo e di luogo, verso l' obiettivo finale, la distruzione degli eserciti avversari. Eppure, si era compreso che ormai si era passati, dalla guerra di eserciti, alla guerra di popoli, ma i popoli erano stanchi, in ogni nazione covavano focolai di malcontento, di insofferenza, di ribellione. Solo in Italia il I° maggio 1917 passò senza manifestazioni di piazza. Il Paese sentiva lo sforzo, ma continuava a dare tutto quello che poteva, mentre sempre più dure di andavano facendo le restrizioni dei consumi. Sotto l' energico impulso del generale Dall' Olio l' industria bellica si era sviluppata in modo impensato e produceva artiglierie e mitragliatrici, bombarde e fucili, mezzi di trasporto ed aerei e soprattutto munizioni. Contemporaneamente, si cercava di spremere uomini: le donne sostituivano gli uomini non solo nelle industrie, ma anche in tanti mestieri; soldati appartenenti a classi anziane vennero passati dalla Milizia Territoriale all' esercito di prima linea, fu abbassato il limite di statura per l' idoneità al servizio militare e sottoposti a restrizione i riformati. 

L' addestramento era stato intensificato traendo profitto dalle sanguinose esperienze, erano stati creati speciali reparti di "arditi"; lo sviluppo del fronte e il presentimento che il fronte russo cedendo, consentisse lo spostamento dall' est all' ovest di masse avversarie sempre maggiori, avevano consigliato un notevole aumento di unità, provvedimento che però aveva complicato il già difficile problema dei quadri ad ogni livello. Comunque, all' inizio del 1917, l' esercito italiano si presentava uno strumento bellico di ragguardevole consistenza, al quale poteva richiedersi un contributo forse determinante. Dopo quanto era avvenuto nel maggio 1916, e con la "muraglia" degli altipiani di Asiago e di Arsiero, rimasti in mano dell' avversario, Cadorna teneva d' occhio quello scacchiere e voci gli giungevano, da molte parti, della possibilità di una ripetizione dell' offensiva voluta da Conrad (che, sostituito il 27 febbraio dal generale Arz von Straussenburg, nella carica di capo di Stato Maggiore, aveva accettato il comando del gruppo d' armata Tirolo), in concomitanza con un' attacco sull' Isonzo. Intanto Nivelle, che aveva sostituito Joffre, venne il I° febbraio 1917 a visitare il fronte italiano, si disse sicuro di riuscire a battere i tedeschi e insistette sull' efficacia di un' offensiva contemporanea sul fronte italiano: si era sempre alla teoria degli sforzi paralleli e non convergenti. In aprile, le insistenze di Nivelle perchè gli italiani attaccassero sull' Isonzo divennero sempre più pressanti e Cadorna, convintosi anche che un' offensiva austriaca in Trentino era divenuta improbabile, il 19 aprile diramò le direttive per quella che sarebbe stata la X Battaglia dell' Isonzo. Aveva già rimaneggiato l' articolazione delle armate e lasciando alla seconda armata (comandata da generale Piacentini, sulle cui qualità manovriere cominciava a nutrire forti dubbi) la parte montana dell' alto Isonzo, costituì la "zona di Gorizia", una vera e propria armata, alle sue dirette dipendenze, con tre corpi d' armata, affidandone il comando al generale Capello, da lui definito - in una delle sue lettere familiari - "un lestofante, ma abile ed energico e che sa ispirare fiducia a tutti" e con buona intuizione psicologica aggiungeva che Capello gli sarebbe divenuto "devoto se non per gratitudine, per la speranza di diventare un giorno di titolo comandante di armata". 

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