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segue La vittoria della Bainsizza
La decima battaglia dell' Isonzo tendeva ad aprire la strada Gorizia-Lubiana, col presupposto che preventivamente ci fossimo assicurati, sulla sinistra, il possesso dell' altipiano di Ternova, da raggiungere passando per la Bainsizza, e sulla destra il dominio dell' altipiano di Comen, sul Carso. Visuale ampia di manovra quindi, non persistenza di superare idee di attacco frontale, e di conquista di limitati obiettivi territoriali. Cadorna non ebbe mai il miraggio della liberazione di Trieste, alla quale anelavano Governo e opinione pubblica; la considerava una diversione, da effettuare, eventualmente, in concorso con la flotta, se le condizioni l' avessero consentito, senza però diminuire lo sforzo verso l' obiettivo principale, la sconfitta sul campo dell' esercito avversario. La battaglia doveva constare in due fasi successive, strettamente coordinate fra di loro: dopo un violento fuoco di preparazione di artiglieria, che avrebbe tenuto incerto il nemico sul tratto prescelto per l' azione principale, la "zona di Gorizia", sarebbe passata all' attacco sul medio Isonzo e, conseguito il suo compito, sarebbe stata seguita, senza intervallo di tempo, dall' offensiva della terza armata nel settore dell' Hermada. Allo scopo di ottenere il massimo effetto dal fuoco delle artiglierie, la cui quantità complessiva non era giudicata adeguata ad assicurare la distruzione dei trinceramenti avversari, era previsto il rapido spostamento di circa un centinaio di pezzi tra un settore e l' altro. Una manovra di mezzi, forse un pò complicata, ma l' unica possibile per rendere difficile al nemico il tempestivo concentramento delle sue batterie, per la difesa e la contro offesa. Vi era da tener presente che mentre i tedeschi, sul fronte occidentale, allo scopo di evitare le tremende perdite del tiro di preparazione dell' avversario, avevano cominciato ad attuare i criteri della "difesa elastica" (sostituendo alla linea continua grossi caposaldi, intervallati spesso largamente e talvolta sguarnendo quasi completamente le prime posizioni) gli austriaci erano rimasti fedeli al procedimento della "difesa rigida", che aveva dato buona prova nelle battaglie precedenti e il terreno montuoso, a costoni ripidi nel medio Isonzo, e quello tormentato del Carso, gli dava ragione; sul Carso, però, la difensiva era stata organizzata, piuttosto che su una linea, in una fascia più o meno profonda. Nell' uno e l' altro scacchiere, erano stati costituiti reparti d' urto destinati a sferrare immediati contrattacchi e contrassalti. Per valutare il contributo dato dall' Italia alla causa comune basterà considerare che, ai primi del 1917, su 852.000 combattenti, l' esercito austro-ungarico ne impiegava 452.000 sul vastissimo fronte orientale, 74.000 nei Balcani e 328.000 sul fronte Giulio; e fin dal 14 maggio, ben cinque divisioni affluirono dalla Galizia. Nel maggio, la V armata del Boroevic aveva una consistenza fin allora mai raggiunta: sui 64 km. di fronte dall' alto Isonzo al mare disponeva di 126 battaglioni e 301 batterie oltre a una brigata e una divisione in seconda schiera, a Ternova e Idria, e a quattro divisioni nel triangolo Comen-Sesana-Trieste, con le batterie proiettate in avanti. Il 12 maggio, l' artiglieria italiana aprì il fuoco su tutto il fronte d' attacco dando inizio alla decima Battaglia dell' Isonzo. Il 14, il fuoco divenne tambureggiante e i corpi d' armata della "zona di Gorizia" mossero contro l' allineamento M. Kuk-Vodice-M. Santo, che costituiva l' avan muraglia dell' altipiano della Bainsizza. Il Kuk fu conquistato, il Vodice passò più volte di mano in mano, la vetta del Monte Santo fu raggiunta, ma fu dovuta abbandonare; il generale Capello insistette ed ottenne che le artiglierie pesanti rimanessero per proseguire nell' azione ma non riuscì a conquistare il Vodice. Ne risultò un ritardo ed un indebolimento nell' offensiva della III Armata, che iniziata il 23, con cinque giorni di ritardo sulla data prevista, si svolse fuori fase rispetto a quella precedente. Fu tentato un aggiramento da nord dell' Hermada e conseguito qualche successo, annullato da improvviso contrattacco austriaco, condotto in forze, di sorpresa il 4 giugno. Cadorna interruppe la battaglia il 6 giugno, le perdite erano state gravi: 36.000 morti, 96.000 feriti, 27.000 prigionieri e l' alto numero di questi ultimi viene in gran parte spiegato con l' essere le truppe rimaste spesso ferme ai loro posti di combattimento. Gli austriaci denunciarono 7.300 morti, 45.000 feriti, 23.400 prigionieri. I risultati territoriali furono modestissimi e di massima nel solo settore della "zona di Gorizia". In giugno, in un memorandum Lloyd George insistette nell' idea di un' offensiva in Italia, mettendo in risalto la necessità di impadronirsi di Trieste (che mai l' Austria avrebbe spontaneamente ceduta), distante 14 - 15 km ma l' opposizione dello Stato Maggiore Imperiale britannico fu irremovibile e Robertson, su pressioni dell' ammiragliato, confermò la necessità di attaccare verso le coste del Mare del Nord, per impadronirsi delle basi dei sommergibili. E naturalmente si disse sicuro del successo. Il 24 giugno, Cadorna si incontrò con Foch a S. Giovanni di Moriana, ma di offensiva sul fronte Giulio, col concorso alleato non si parlò nemmeno. Intanto si affacciava grave e impellente il bisogno di sostenere materialmente e moralmente la Russia e, dal 22 a l25 luglio, si tenne una conferenza a Parigi per affrontare il problema e, come al solito, non si trovò altra soluzione che quella di tenere impegnati gli eserciti degli Imperi Centrali, in modo da impedire che facessero massa sul fronte orientale. All' Italia fu chiesto di effettuare due offensive, una in agosto ed una in settembre; ma Cadorna non potè aderire che per la prime: doveva provvedere a ripianare le gravi perdite subite durante la decima Battaglia dell' Isonzo e sull' Ortigara, reintegrare le dotazioni di munizioni, di armi, soprattutto di artiglieria.
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