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LA ROTTA DI CAPORETTO
Non è vero che Cadorna sia stato colto alla sprovvista dall' offensiva che tedeschi e austriaci scatenarono la notte del 23 ottobre 1917. E' vero piuttosto che le truppe e in primo luogo i comandanti d' armata, non gli obbedirono.
Alle due della notte cupa, piovosa, dal 23 al 24 ottobre 1917, lungo la valle dell' Isonzo, da Plezzo a Tolmino, le artiglierie austriache e tedesche aprirono un fuoco violentissimo contro le posizioni italiane. Sei ore dopo, le fanterie mossero all' attacco e prima di sera avevano sfondato il fronte; tre giorni dopo i tedeschi occuparono Cividale; nel quarto giorno dilagarono nella pianura friulana ed entrarono in Udine; nel decimo austriaci e tedeschi superarono il Tagliamento e nel diciassettesimo - venerdì 9 novembre - furono fatti saltare i ponti sul Piave. I territori che avevamo conquistato a prezzo di undici battaglie oltre Isonzo, il Friuli, il Cadore, la Carnia, erano invasi dal nemico. Dal fronte giungevano notizie allarmanti di masse di sbandati, di truppe in fuga, di enormi perdite di materiali, del disordine dilagante in zona di guerra. Si diffusero sgomento, paura del peggio che poteva ancora venire e, nella impossibilità di trovare lì per lì spiegazioni di un crollo tanto rapido e vasto, si fantasticò di tradimenti e di cause oscure. Ancora oggi, c'è chi attende rivelazioni che sciolgano il "mistero" di Caporetto. Eppure nulla rimane di "misterioso" nelle vicende dell' ottobre-novembre 1917, ormai note anche nei particolari... Nulla potrà dire di nuovo nemmeno la Relazione Ufficiale più volte preannunciata e, probabilmente, per il suo carattere, che impone riserbo nell' espressione di giudizi, non dirà neppure ciò che possiamo narrare in base alla documentazione ormai nota e a testimonianze che illuminano gli aspetti che sembravano più oscuri. Le famose tredici pagine della Relazione della Commissione di Inchiesta che, secondo la testimonianza dell' onorevole Paratore, furono soppresse nel 1919 per intervento dell' onorevole Orlando, non potrebbero rivelare alcunchè di nuovo, anche se fossero rintracciate, il chè è ormai impossibile. In esse apparivano ben chiare le responsabilità del generale Pietro Badoglio. Mancano dal diario storico del XXVII corpo d' armata, comandato appunto da Badoglio, alcuni dei documenti allegati, relativi alle giornate che immediatamente precedettero l' inizio della battaglia, ma la loro soppressione non raggiunse lo scopo di stendere un velo su un errore che ebbe gravissime conseguenze. Le cause della sconfitta furono molte: nessuna di per se stessa d' importanza determinante, ma tutte concorrenti a trasformare un insuccesso iniziale nel crollo di un ampio settore del fronte e a rendere tragica la ritirata di più di tre quarti dell' esercito. Il 25 agosto 1917 il Comando Supremo austro-ungarico sollecitò dal Comando Supremo tedesco l' aiuto di forze germaniche, perchè giudicò di non essere più in grado di sostenere un' altra offensiva italiana, e i tedeschi si dichiararono disposti ad impiegare loro truppe per un' offensiva che eliminasse la minaccia italiana verso Trieste. Fu deciso di effettuarla nel settore tra Plezzo e Tolmino, con obiettivo il Tagliamento, impiegando la 14^ Armata tedesca "von Below" con due corpi d' armata tedeschi di sei divisioni oltre all' Alpenkorps, forte unità di montagna, e due corpi d' armata austro-ungarici con cinque divisioni. In totale 11 divisioni e l' Alpenkorps con altre tre divisioni austro-ungariche in riserva. Questo potente gruppo di forze doveva attaccare il fronte difeso da tre divisioni del IV corpo d' armata (gen. Cavacciocchi) e una divisione del XXVII corpo d' armata (gen. Badoglio). I propositi di offensiva del nemico, concretati nei primi giorni di settembre, furono subito avvertiti dal Comando Supremo italiano, confermando in Cadorna l' opposizione ad effettuare nel corso dell' autunno un' altra offensiva, che gli Alleati francesi e inglesi pretendevano fosse sferrata. Perciò il 18 settembre diramò un ordine alle armate II^ (gen. Capello) e III^ (Duca d' Aosta) di "concentrare ogni attività nelle predisposizione per la difesa a oltranza, affinchè il possibile attacco ci trovi validamente preparati a rintuzzarlo. A tale precisa direttiva prego pertanto di orientare fin d' ora ogni predisposizione..." - Il Comando Supremo non valutò adeguatamente la potenza dell' offensiva in preparazione. Cadorna, convinto che un' offensiva sull' Isonzo sarebbe stata veramente pericolosa, se contemporaneamente il nemico avesse attaccato anche nel Trentino, rivolse la sua attenzione al Trentino, dove effettuò ricognizioni, assentandosi da Udine dal 5 al 18 ottobre. Per fronteggiare l' offensiva sull' Isonzo, ripose la sua fiducia nel gen. Capello e non controllò se l' ordine impartito il 18 settembre fosse eseguito secondo i suoi intendimenti. Capello ebbe una visione più realistica dell' imponenza dell' offensiva nemica e, contrariamente all' opinione generale che sarebbe stata sferrata fra Tolmino e il mare, disse in riunioni dei comandanti di corpo d' armata che probabilmente il nemico avrebbe attaccato da Tolmino verso Caporetto, lungo la valle dell' Isonzo, come poi accadde il 24 ottobre. Però la previsione non fu seguita da misure adeguate. Il Comando della II^ Armata prese infatti provvedimenti contraddittori e tardivi. Benchè l' attacco nemico fosse previsto per la terza decade di ottobre, si comportò come se avesse ancora molte settimane a propria disposizione. Gli errori del Comando sono da attribuire in buona parte al precario stato di salute del gen. Capello, ammalato e costretto a letto, febbricitante, dal 4 al 18 ottobre, e poi, dal 20 al 22 ricoverato in clinica. Capello, anzichè eseguire fino alle estreme conseguenze l' ordine del comando supremo, di concentrare ogni sforzo per organizzare la difensiva, aveva intenzione di rispondere all' offensiva nemica, con una contro offensiva in grande stile dalla Bainsizza.
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