|
LA PRESA DI GORIZIA
Dopo la Strafexpedition o Battaglia degli Altipiani del maggio-giugno 1916 avvenuta in Trentino, Cadorna mantenne la pressione in quella zona a puro scopo diversivo. La sua mossa successiva prevedeva un attacco al fronte dell’Isonzo per conquistare la testa di ponte di Gorizia, vera spina nel fianco dell’Esercito Italiano.
Cadorna non aveva mai trascurato il fronte dell’Isonzo e, fin dal febbraio 1916, aveva ribadito la decisione di eliminare la testa di ponte di Gorizia. Converrà chiarire la differenza fra testa di ponte e campo trincerato di Gorizia: la prima si limitava a chiudere l’accesso da occidente alla conca di Gorizia, mentre il secondo completava ad oriente la cintura fortificata, che contornava la conca da ogni lato. La testa di ponte era costituita dai due pilastri del Sabotino, a nord, e del San Michele, a sud, collegati alla cortina che passava per Oslavia e il Podgora; il campo trincerato comprendeva anche le posizioni che, partendo dal Monte Santo (che faceva sistema di fuoco col Sabotino), si allacciavano alle pendici settentrionali dell’altipiano carsico di Comen e a quelle orientali del San Michele, attraverso la valle del Vipacco, lungo l’allineamento collinare del S. Gabriele, San Daniele, Santa Caterina, San Marco. In pratica, era questa una seconda posizione, potentemente apprestata a difesa, con file multiple di reticolati e con doppi e perfino tripli ordini di trincee, ben protette postazioni di armi automatiche e di artiglieria, ricoveri in galleria, e che si trovava in massima parte sottratta all’osservazione aerea e terrestre dal fitto bosco. Era a conveniente distanza dalla prima linea, alla cui difesa concorreva col fuoco delle artiglierie, senza correre il rischio di essere coinvolta in fluttuazioni del fronte, e l’avversario che avesse voluto attaccarla avrebbe dovuto procedere a metodica, accurata preparazione ed allo spostamento in avanti dello schieramento d’artiglieria. Le perdite di uomini e mezzi, arrecate dalla Strafexpedition, aveva però imposto al Comando Supremo di commisurare gli scopi ai mezzi, ora disponibili in quantità inferire a quella preventivata e, di conseguenza, di ridimensionare gli obiettivi da raggiungere. Nell’inverno, gli studi per l’offensiva avevano considerato un fronte di attacco che abbracciava tutta la testa di ponte di Gorizia, dal Sabotino al San Michele, con una possibile estensione, più a sud, sull’altipiano di Doberdò e possibilmente fin verso la zona di Monfalcone. Il 14 marzo, erano state emanate le prime direttive che, il 15 aprile, nonostante la minaccia del Trentino, venivano integrate e meglio precisate. Superata o quasi la crisi del Trentino, il 16 giugno, mentre stava per effettuarsi la controffensiva sugli altipiani, Cadorna, in risposta ad esplicita richiesta rivoltagli tre giorni prima dal Duca d’Aosta, confermava di non aver rinunciato all’offensiva su Gorizia, ma che doveva limitarne gli obiettivi: impadronirsi della testa di ponte, ma limitatamente alle posizioni di riva destra Isonzo. Veniva escluso, quindi, implicitamente il San Michele e, tutt’al più, erano da prevedere solo piccole teste di ponte sulla sponda sinistra, purché difendibili con poche forze. Mentre si spegneva l’offensiva sugli Altipiani, gli austriaci effettuarono il 29 giugno un attacco nella zona Monte San Michele -San Martino. Un nostro piccolo presidio occupava un elemento di trincea conquistato e si trovava a pochi metri dall’avversario. Alle 5,15 un violento bombardamento si abbatté sulle nostre linee e particolarmente sulle immediate retrovie e un quarto d’ora dopo l’onda venefica uscì sibilando dalle bombole, discese lentamente il pendio, sospinta dalla leggera brezza mattutina (come era nelle previsioni degli austriaci), invase trincee, camminamenti, inondò i ricoveri, ristagnò nelle doline, arrivò fino all’Isonzo. Gli effetti furono disastrosi, interi battaglioni delle brigate Pisa e Regina vennero annientati e perdite gravi subì la brigata Ferrara. I soldati cercarono di riparare la bocca con fazzoletti, altri scavavano la terra e vi immergevano la faccia, altri riuscirono ad accendere qualche fuoco, mentre urlanti, roteandole mazze ferrate, scaricando fucilate a bruciapelo, irrompevano gli attaccanti. Ma qualcuno degli italiani, miracolosamente bisogna dire, scampò alla strage e pur con gli occhi annebbiati e lacrimanti, col petto scosso da violenti colpi di tosse, i polmoni oppressi come da asma, istintivamente salì in punti un poco elevati, montò sul tetto dei ricoveri e con valore aumentato dall’ira, per il subdolo mezzo impiegato dal nemico, imbastì una prima difesa, cominciò a sparare sui sopravvenienti, che rimasero sorpresi, a loro volta, da questa inaspettata reazione. La lotta ravvicinata assume aspetti di ferocia, ma intanto sopraggiungono i rinforzi, i contrattacchi vengono condotti allo scoperto, perché i camminamenti sono ingombri di cadaveri e riempiti di gas. Le posizioni vengono rioccupate, perdute, riconquistate; la linea di resistenza che gli austriaci avevano conquistato per intero, torna in mani italiane; i moribondi incredibilmente si rialzano, sparano, ricadono per sempre, ma verso mezzogiorno la situazione è completamente ristabilita. Le nostre perdite furono gravi, non facilmente calcolabili, perché gli effetti del gas si fece sentire anche a distanza di giorni e di settimane, ma anche il nemico ne subì pesantemente e lasciò nelle nostre mani 410 prigionieri, alcuni ancora con la mazza ferrata legata al polso. Questo rimase un episodio nella guerra sul fronte giuliano e non rallentò i preparativi dell’attacco alla testa di ponte di Gorizia. Nelle prime direttive, Cadorna prescrisse di riunire su breve spazio imponenti masse di artiglieria, specie di grosso calibro, avendo l’esperienza dimostrato che “solo elevando ad un alto coefficiente il tonnellaggio dei proiettili lanciati nell’unità di tempo, era possibile aver ragione di difese lungamente preparate, sconvolgerle e distruggerle, aprendo attraverso esse ampi e facili varchi alle fanterie”. Ciò induceva a ridurre il tratto d’applicazione dello sforzo, dal Sabotino al Podgora, e Cadorna lo confermò al comandante della III Armata, in un colloquio svoltosi il 20 giugno a Villa Camerini, sul Monte Berico, presso Vicenza. Il 25 giugno, lo informava sul buon andamento delle operazioni nel Trentino e, il giorno dopo, gli annunciava di ritener prevedibile un anticipo sull’inizio dell’offensiva su Gorizia, sempre limitata dal Sabotino al Podgora. Il 27, il Duca d’Aosta esponeva il suo piano: attacco principale sul tratto prescritto; azioni secondarie a Plava e sul San Michele, per fissare il nemico alle ali. Il 30 giugno, il Comando ribadiva il concetto che “il primo sforzo doveva tendere allo sfondamento delle difese nemiche nel tratto Sabotino-Podgora, con azione a massa delle artiglierie già a disposizione dell’armata, e di quelle che si sarebbero rapidamente spostate verso la fronte delll’Isonzo”.
|