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segue La presa di Gorizia
Il 9 luglio, Cadorna preannunciava al comando della I Armata il trasferimento sull’Isonzo della massima parte delle artiglierie di medio calibro, di quasi tutti i grossi calibri, di due terzi delle bombarde, fra cui tutte quelle da 240mm.; complessivamente 58 batterie di artiglieria e 22 di bombarde. L’operazione di trasferimento avrebbe dovuto iniziarsi il 20 Luglio, ma fu rinviata al 27 e vennero posti in atto tutti gli accorgimenti per mantenere il segreto; per far ritenere che la nostra preoccupazione principale rimaneva sempre il fronte trentino, Cadorna ostentatamente non abbandonò quello scacchiere e, il 3 agosto, si incontrò a Feltre col presidente del Consiglio. Ciò, pero, gli impedì di rendersi conto de visu di quanto si preparava sul fronte della III Armata. Preventivamente, erano state trasferite tre divisioni; poi in tre giorni, dal 27 luglio, furono trasportate tutte le artiglierie e in altri quattro giorni gli effettivi di due corpi d’armata; dopo l’inizio dell’offensiva di Gorizia, seguirono ancora due corpi d’armata; complessivamente, impiegando oltre 61 mila veicoli ferroviari, vennero trasportati circa 7 mila ufficiali, 3000 mila militari di truppa, 57 mila quadrupedi, 10 mila carri. A questi trasporti occorre aggiungere quelli di munizioni, di truppe di complemento, di lavoratori, di materiale vario, nonché i treni sanitari. Un movimento ferroviario imponente, una grandiosa manovra logistica al servizio della strategia, che sfuggì del tutto al servizio informazioni austriaco. Completata la manovra il Comando Supremo affidava alla III Armata il compito di dirigere l’azione tattica, e alla II Armata di premere, essenzialmente col fuoco di artiglieria, sulla tasta di ponte di Tolmino, per ingenerare incertezze nel nemico. Il Duca d’Aosta dispose che il VII corpo (gen. Tettoni) precedesse di due giorni l’offensiva con una violenta azione nella zona di Monfalcone; riunì poi il VI corpo d’armata, al comando del generale Capello, tutte le truppe che dovevano agire contro il tratto Sabotino-Podgora e, ritenendo di aver forze sufficienti, estese al San Michele l’attacco a fondo, invece di farvi effettuare la prevista azione dimostrativa. L’azione di Monfalcone, il 4 agosto, anche se non conseguì che un effimero successo, annullato da contrattacchi, contribuì alla sorpresa da cui furono colti gli austriaci, i quali erano convinti che il depauperamento causato dalla Strafexpedition ci avrebbe impedito di prendere grandi iniziative e Conrad, ancora il 28 luglio, riteneva che “la lotta sugli altipiani avesse per lungo tempo azzoppato la capacità combattiva dell’avversario”. A riprova della riuscita della sorpresa, valgano due esempi: il generale Zeidler, comandante della LVIII divisione, che presidiava la testa di ponte di Gorizia, era in licenza, e l’unica brigata di riserva della V Armata si trovava dislocata verso sud, a Comen, a sbarramento della via di Trieste. I lavori di avvicinamento alle linee nemiche erano stati eseguiti con molta oculatezza, scavando profondi camminamenti e parallele d’approccio, i tiri di inquadramento effettuati con un solo pezzo per batteria non avevano svelato la imponente massa di artiglieria, le vie di comunicazione erano state accuratamente mascherate e gli spostamenti di truppe compiuti prevalentemente nelle ore notturne. Alle 7 del mattino del 6 agosto, tutte le nostre batterie e bombarde iniziarono il tiro sul fronte d’attacco; non un brutale fuoco a massa, come s’era fatto in passato, ma battendo con tiro preciso trincee e reticolati, zone di raccolta e punti in cui i camminamenti d’affluenza sboccavano nelle trincee, accessi alle gallerie, nidi di mitragliatrici, posizioni di lanciamine, depositi munizioni, posti comando; per la prima volta, furono neutralizzate con granate a gas le batterie, comprese quelle che dal Vodice battevano il Sabotino. Alle 16, evidenti erano gli effetti della preparazione e le fanterie, in perfetta sincronia col fuoco di accompagnamento delle artiglierie, scattarono all’attacco. Agli austriaci, sfuggì il movimento delle prime ondate d’assalto, e non si resero conto dello spostamento del tiro d’artiglieria contro la seconda linea. Una colonna, preparata e condotta dal colonnello Pietro Badoglio, superò di slancio il breve tratto che separava l’ultima “parallela” di approccio dalle trincee avversarie e in 40 minuti raggiunse la vetta del Sabotino, facendone prigioniera, quasi al completo, la sbigottita guarnigione. Proseguiva verso l’Isonzo e a sera aveva raggiunto le falde orientali del Sabotino. Alla sua destra, la XIII e la XXIV divisione espugnavano le insanguinate posizioni di Oslavia e l’XI aggirava il Podgora, sulla cui sommità resisteva un caposaldo austriaco, raggiungeva l’Isonzo a Grafenberg e lanciava le pattuglie oltre il fiume; la XII divisione, superato il Calvario, penetrava nel groviglio di trincee e reticolati, che si stendeva fra il margine meridionale del Podgora e l’Isonzo, in vista dei ponti di Lucinico, ancora in mano austriaca. L’XI corpo lanciava la XII divisione contro il San Michele e ne conquistava tutt’e quattro le cime: gli attacchi irruenti ebbero finalmente ragione dei difensori di quel baluardo, che s’era intriso di tanto sangue italiano in oltre 14 mesi di guerra. “I difensori” dice la Relazione austriaca “sono seppelliti in gran parte nelle caverne e nei ricoveri, o feriti”. Oltre 3.000 prigionieri, una decina di cannoni, ricco bottino di mitragliatrici, di armi portatili, di materiali di ogni genere furono il frutto di poche ore di accanita lotta. Gli austriaci si batterono bravamente, non avevano che riserve settoriali: 9 battaglioni in corrispondenza della cortina Sabotino-Podgora e 7 sul Carso, ma le impiegarono con giudizio ed ardimento. I contrattacchi del nemico, per riconquistare, nella giornata del 7, il Sabotino, il Calvario e il San Michele, vengono inesorabilmente respinti e ottengono qualche risultato solo in corrispondenza del Grafenberg, mentre resiste il caposaldo del Podgora. La pressione italiana è continua e di sera, il generale Zeidler, che ha ripreso il comando della LVIII divisione, propone l’abbandono della riva destra dell’Isonzo. Il generale Boroevic concorda, ordinando che la resistenza prosegua sulla riva sinistra e, nella notte, avviene il ripiegamento: tutti i ponti, tranne quello ferroviario di Salcano, vengono fatti saltare; ma su 18.000 austriaci, ben 13.000, morti o prigionieri, non ripassano l’Isonzo. Gli italiani incalzano, pur se la stanchezza si fa sentire; il VI corpo ha speso tutte le sue divisioni, comprese le due di seconda linea, e la XLVIII, che la III Armata mette a sua disposizione, non è ancora e portata d’impegno.
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