segue La presa di Gorizia

 

All’alba dell’8 agosto il sottotenente Baruzzi, con soli quattro uomini, irrompe nel sottopassaggio della strada Mochetta-Podgora e cattura circa 200 austriaci e due cannoni. Poi irrompe nella stazione ferroviaria e vi issa il tricolore. Tutta la XII divisione si riversa sulla riva sinistra dell’Isonzo e, nonostante l’intenso fuoco di fucileria e di mitragliatrici, che parte dalle trincee e dalle case dell’opposta sponda, ufficiali e gregari, entusiasti, tentano di passare il conteso fiume e alcuni vi riescono a guado, con l’acqua fin oltre il petto, a nuoto, su barchette, su tronchi d’albero.

Nel pomeriggio non vi sono più austriaci, che non siano i prigionieri, ad occidente dell’Isonzo. Mentre il generale Cigliana, comandante dell’XI corpo, ordina che siano ripresi gli attacchi per allargare l’occupazione del Monte San Michele, Capello acquista la convinzione che il nemico sia in rotta. Gli austriaci abbandonano le posizioni fin allora difese con tremendi sacrifici di sangue, colonne in marcia verso oriente vengono rilevate dai nostri aerei. Su sua richiesta, viene messo a disposizione di Capello un corpo celere, costituito da 18 squadroni di cavalleria, 2 battaglioni di bersaglieri ciclisti, 2 sezioni di automitragliatrici, 1 batteria di artiglieria da montagna. Una compagnia di pontieri getta un ponte di barche nella notte e i primi squadroni iniziano il passaggio del fiume.

La battaglia, iniziata con un obiettivo più ampio del previsto, perché estesa anche al San Michele, si allarga verso il Carso: il generale Boroevic ordina l’abbandono dell’altipiano di Doberdò e le truppe dell’XI corpo e del XIII si affacciano al Vallone.

Nella sera dell’8, le divisioni italiane, che avevano eliminato la testa di ponte di Gorizia, vennero riordinate in due corpi d’armata, entrambi raggruppati sotto il comando del generale Capello, rimesso alle dipendenze della II Armata; limite di demarcazione fra le due armate, il corso del Vipacco.

Tutti, anima e corpo, appaiono protesi in avanti, verso oriente; Cadorna ha ordinato di “mettere le ali ai piedi”, ma la realtà si manifesta meno rosea.

Il nemico si era reso conto che la micidiale resistenza sulla riva sinistra dell’Isonzo non avrebbe potuto durare a lungo, forse solo qualche ora, i rinforzi erano ancora lontani e i rifornimenti, attraverso la piana, difficili e dispendiosi, mentre gli italiani incalzavano sempre più da presso: conveniva tempestivamente ripiegare sulla seconda linea. Lunga circa 7 km. e mezzo, sbarrava la stretta fra l’altipiano di Ternova e il Carso, dominava e controllava ogni movimento compiuto attraverso l’Isonzo, fra Salcano e Gorizia, disponeva già di un idoneo schieramento d’artiglieria, in piena efficienza. Vi furono subito avviati tre reggimenti non ancora impiegati, vi trovarono appoggio i resti delle tre brigate della LVIII divisione, vi furono avviate le riserve settoriali ancora disponibili e quelle che affluivano dall’interno.

Contro i suoi intatti, profondi reticolati si arrestarono le pattuglie di cavalieri e ciclisti del corpo celere e necessariamente si infransero le prime puntate delle stanchissime divisioni, non precedute, né accompagnate da adeguato fuoco di artiglieria e bombarde.

Alle divisioni che per mesi e mesi si erano battute in quello scacchiere, si voleva lasciare l’onore di sfruttare il successo, ma non solo esse erano oltre i limiti delle loro possibilità, ma il proseguimento dell’azione imponeva l’impianto di una nuova battaglia di materiale.

Si disse poi che se lo sforzo iniziale fosse stato concentrato nel solo tratto designato e le artiglierie non avessero “diluito” il tiro fino al San Michele, l’annientamento delle linee nemiche sarebbe stato completo.

Resta comunque la realtà di una vittoria che, oltre la parte del sentimento, ebbe un altissimo valore. La presa di Gorizia fu la conquista di un nodo di comunicazioni di notevole interesse, da dove si dipartivano le strade verso Lubiana e verso Ternova-Chiapovano e quella dell’altipiano di Doberdò, una barriera sulla via di Trieste, e la dimostrazione al mondo che l’esercito italiano, dopo aver resistito e rintuzzato l’offesa nemica sulle balze del Trentino, aveva ripreso l’iniziativa delle operazioni.

 

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