LE PRIME DUE BATTAGLIE DELL' ISONZO

 

Baionetta contro un muro di filo spinato, casematte, trincee approntate dal nemico. Insieme alle cime del San Michele, oscure località come Bosco Cappuccio o la trincea delle Frasche diventavano simboli di un nuovo calvario.

(…) All’entrata in guerra dell’Italia, il maggio del 1915, l’Intesa stava vivendo un momento difficile, poiché oltre ai rovesci russi, gli Inglesi avevano subito un notevole scacco a Ypres e su tutto il fronte occidentale era subentrato un periodo di stasi (che consentì il prelevamento dell’Alpenkorps bavarese, che fu trasferito in Trentino), mentre ad elevare ancor di più il morale delle popolazioni e degli eserciti degli Imperi Centrali, si verificò il fallimento dell’impresa franco-inglese dei Dardanelli.

L’esercito austro-ungarico aveva messo bene a profitto i mesi della neutralità italiana ed è opportuno soffermarsi su questo particolare, per rendersi conto delle difficoltà incontrate dal nostro esercito. Dice la relazione ufficiale austriaca che il Comando Supremo s’era prospettata chiaramente “la necessità di studiare con cura la difesa del confine sud-ovest dell’Impero e di prepararla ed organizzarla in conseguenza” allo scopo “di ritardare il più possibile un’eventuale avanzata dal Veneto su Vienna; mantenere il più a lungo il possesso del Tirolo, appoggiandosi alle fortificazioni”. Si temeva che l’Italia creasse il pretesto di un intervento armato, facendo effettuare irruzioni di volontari garibaldini; ma subito si passò a considerazioni più aderenti alla realtà contingente e fu dato incarico, fin dall’11 agosto 1914, al generale di cavalleria Rohr di provvedere alla “chiusura della porta di casa”.

Il Rohr ebbe a disposizione, in primo tempo, i comandi militari di Innsbruck e di Graz, con alcuni battaglioni di marcia, reparti di complementi, ausiliari della Landsturm e qualche reggimento regolare; in totale - fra fine agosto e primi di settembre – 17 battaglioni con alcuni pezzi di artiglieria in Trentino, dove esisteva un’efficientissima organizzazione di fortificazioni permanenti, e 23 battaglioni con artiglierie in Carinzia e nel cosiddetto Kustenland, la regione dal Monte Nero al mare. Le forze aumentarono con l’afflusso di reparti dai circoli militari di Vienna, di Praga e di Leitmeritz e di una brigata di Honved ungherese; vi si aggiunsero alcune compagnie di lavoratori.

La linea di difesa risultava, dove più e dove meno, arretrata rispetto al confine politico, seguendo posizioni per natura più atte alla difesa. Nella zona tridentina e carnica si appoggiava all’accennato sistema dei forti, accortamente eliminando i tratti più deboli; dopo Plezzo, abbandonava il terreno ad occidente dell’Isonzo, fino al mare, tenendo quali sbocchi oltre il fiume le teste di ponte di Tolmino e di Gorizia. Da ricordare che anche la frontiera carnica era considerata una delle vie di invasione del Veneto, tanto che, dal nome di stato maggiore, era chiamata “ la porta di Conrad”, di sussidio a quelle che sboccavano dal minaccioso saliente tridentino, in prossimità della pianura veneta.

Vennero scavate solide trincee, difese da file multiple di reticolati, in qualche tratto sottominati o percorsi da corrente elettrica. Postazioni protette per mitragliatrici e artiglierie leggere e ridottini davano maggior solidità alla linea, camminamenti e, in montagna, teleferiche assicuravano i rifornimenti e gli sgomberi. Poteva definirsi un sistema difensivo perfetto, preparato in piena tranquillità, senza disturbo da parte del nemico, con l’esperienza di parecchi mesi di guerra e presidiato da un esercito già mobilitato e agguerrito. Falkenheim giudicò le posizioni austriache “ideali per la difesa contro forze preponderanti”.

Al Rohr venne data la disponibilità, in aprile, delle cinque divisioni di Bolzano, Trento, Villach, Lubiana e Trieste (cui fu posteriormente assegnata la numerazione XC e XCIV), alle quali si aggiunse la LVII, mentre all’interno venivano approntati altri tre corpi d’armata.

Il 21 maggio, rivela la relazione austriaca, si seppe che l’Esercito Italiano non sarebbe stato pronto ad agire immediatamente e fu deciso di spostare l’intera V Armata sul teatro di guerra italiano da quello serbo, dove non furono lasciati che poco più di 40 mila uomini della Landsturm.

Le operazioni iniziali non diedero tutti i risultati sperati e nel settore carnico-cadorino gli Austriaci tirarono un sospiro di sollievo. Rohr disse di aver vissuto giorni angosciosi, per la mancata discesa degli Italiani nella valle del Gail e nelle altre valli della Rienza e della Drava, sì che poté essere conservata la libera disponibilità della linea di arroccamento fra i settori tridentino e giuliano, a ridosso dello spartiacque alpino.

All’attivo gli Italiani potevano segnare l’eliminazione di tutte le avanstrutture del confine militare austriaco, il raggiungimento nel Trentino e nel Cadore di talune posizioni meglio atte alla difesa e, sulla fronte Giulia, la possibilità di poter utilizzare, contro un’eventuale controffensiva nemica, gran parte del corso dell’Isonzo. L’ipotesi di tale controffensiva – tenute presenti le informazioni di allora – non appariva da escludere; la temette lo stesso Salandra ai primi di giugno e fu Cadorna, il 9, a rassicurarlo.

E’ da rilevare che, a sua volta, il nemico sopravvalutò le nostre possibilità e ritenne che, al momento dell’apertura delle ostilità, attestassero al confine 44 divisioni italiane, mentre a radunata compiuta, il 13 giugno, nostro sforzo massimo, mettemmo in campo 35 divisioni.

Il generale Cadorna, mentre predisponeva l’inizio delle grandi operazioni, compì ancora un tentativo per ottenere la cooperazione attiva di Russi e di Serbo-Montenegrini, prospettando la opportunità di muovere simultaneamente entro il mese di giugno, mentre in Austria era in corso la mietitura, alla quale partecipavano largamente i soldati: di fronte alla minaccia questi avrebbero dovuto abbandonare i lavori agricoli, con grande ripercussione per l’intera economia nazionale. Era una concezione anticipatrice del carattere totalitario che la guerra avrebbe assunto. Ma la Russia non era in condizioni di poter aderire (le operazioni continuarono rovinosamente per lei, che vide invasa tutta la Polonia) e la Serbia, che aveva avuto notizia dell’assegnazione all’Italia, con gli accordi di Londra, di territori ambiti dagli slavi del sud, rifiutò la sua collaborazione.

A Cadorna non rimase che operare col solo Esercito Italiano e, il 23 giugno, ebbe inizio la prima battaglia dell’Isonzo.

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