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segue Le prime due battaglie dell'Isonzo
Scopo principale era contenere la testa di ponte di Tolmino ed eliminare quella di Gorizia e furono impiegate la II e la III Armata, schierate sul fronte isontino, dalla conca di Plezzo al mare. Inizialmente si erano mosse le ali esterne delle due armate, a sinistra dell’alto Isonzo, e all’altro estremo, nel settore costiero; successivamente la battaglia si sviluppò in corrispondenza delle linee interne, contro la testa di ponte di Gorizia. Diciamo subito che a sud ci si limitò ad occupare Monfalcone, mentre nello scacchiere operativo settentrionale si procedette alla occupazione della conca di Plezzo e a cercare di stringere più da presso la testa di ponte di Tolmino, tentando di estendere la conquista della dorsale del Monte Nero, ma con risultati modesti, sì che la situazione non variò sensibilmente fino al 1917. A Gorizia, ancor più che una testa di ponte era stato costruito un campo trincerato: al centro dei due salienti formati dall’Isonzo con i vertici a Plava e a Sagrado veniva utilizzata la cerchia di colline che si elevano ad oriente del fiume e che partendo dal Monte Kuk, quota 611, e passando per il Vodice, si collegano al Monte Santo, al San Gabriele e al San Daniele, e risalgono, oltre il Vipacco, al Monte San Michele. L’Isonzo ne costituisce il valido fossato, protetto dalla “cortina” delle alture del Sabotino, Oslavia, Podgora, Calvario. Da posizioni defilate e la cui natura boscosa facilitava l’occultamento e il mascheramento, le artiglierie della difesa avevano la possibilità di far convergere il tiro sui tratti minacciati. Il campo trincerato di Gorizia realizzava la chiusura dello sbocco della valle del Vipacco e, quindi, del fascio di strade e di ferrovie, che da Aidussina e da San Pietro del Carso-Postumia porta alla pianura friulana, e nello stesso tempo costituiva una remora ad ogni nostra offensiva verso est, lungo il settore carsico-litoraneo. Le operazioni lungo l’Isonzo, tese all’incapsulamento della testa di ponte di Tolmino e all’eliminazione di quella di Gorizia, misero in evidenza il contrasto fra l’intendimento di raggiungere obiettivi sufficientemente lontani e la realtà che imponeva procedimenti lunghi e costosi. Nella battaglia per Gorizia è già delineata la localizzazione della lotta e la determinazione di obiettivi ravvicinati e poco estesi: l’intenzione è di rimuovere quell’ostacolo allo sviluppo di ulteriori operazioni, a più lunga portata. La lotta si scisse in tre serie di combattimenti, rispettivamente nei settori di Plava, della “cortina” sulla destra dell’Isonzo e del Carso. Si cominciò dalla sinistra, si scivolò verso il centro, si giunse alla destra del perimetro esterno occidentale del campo trincerato; la II Armata avrebbe dovuto raggiungere le alture del Kuk q.611, sulla sinistra Isonzo, e quelle del Sabotino, Oslavia e Podgora; la III Armata doveva affermarsi sull’orlo dell’altipiano carsico, dal San Michele a Sagrado. L’attacco a Plava, iniziato il 23 giugno, urtò contro resistenze di imprevista durezza; già la costituzione di una piccola testa di ponte, durante le operazioni iniziali, era stata pagata a caro prezzo. “Le perdite sono gravi, ma i risultati importanti”, aveva annunciato il bollettino di guerra italiano. La relazione austriaca scrive che “si determinò una selvaggia lotta fra i campioni tedeschi e i piemontesi”: chiariamo che gli attaccanti italiani appartenevano alla brigata Ravenna, stanziata in Piemonte, da dove traeva la massima parte dei richiamati e che i difensori appartenevano all’Imperiale e Regio 4° Reggimento fanteria, denominato Deutschmaster, di guarnigione a Vienna, un reggimento di antiche, gloriose tradizioni. Fra le difese predisposte dagli Austriaci, merita di essere ricordato l’impiego di un treno armato, costituito da una locomotiva al centro e due vagoni, in testa e in coda, blindato, con feritoie, mitragliatrici e cannoncini a tiro rapido. Faceva improvvise apparizioni sulla ferrovia, come una riserva mobile di fuoco, agiva principalmente contro i tentativi di passaggio dell’Isonzo e si rifugiava nella galleria di Zagora. Azioni di guastatori e di artiglieria furono condotte con estrema energia per danneggiare i binari, fino a renderli inservibili, sì da impedire l’ulteriore impiego di quello straordinario mezzo di guerra. Ma davanti a fasce profonde di reticolato quasi intatto, sotto il fuoco concentrato di mitragliatrici e di artiglierie, postate in posizioni ben defilate e, a volte, fuori dalla portata della nostra artiglieria, le fanterie si prodigarono oltre ogni limite. “Chiuse in un’area triangolare di poco più di un chilometro di base e di quasi altrettanto di altezza” dice la nostra relazione ufficiale, “area contenente terreno a pendio ripido, scoperto e battuto da ogni parte, quattro brigate erano soggette a perdite continue.” In quelle condizioni appariva sempre meno probabile il successo e venivano depresse le facoltà combattive. L’azione venne, quindi, sospesa il 27, ritirate le truppe esuberanti e lasciata una sola brigata a presidio della esigua testa di ponte. L’attacco diretto contro Gorizia che, secondo le prescrizioni date dal comando della II Armata, seguì quello contro Plava, nella speranza che l’avversario vi spostasse le sue riserve, fu condotto con estrema violenza, concentrando lo sforzo nel tratto di mezzo, Oslavia e Podgora, accompagnato da azioni impegnative alle due ali, il Sabotino a sinistra e verso l’Isonzo, fra i sobborghi di Gorizia e Savogna a destra. Un violento tiro di artiglieria precedette l’azione; i pezzi di medio calibro spararono sulle linee di difesa, assieme ai cannoni divisionali e allungarono il tiro sulle batterie avversarie, durante lo svolgimento dell’attacco. Questo, effettuato con strenuo vigore, fu sanguinosamente fermato dalle difese austriache: i reticolati avevano conservato la piena validità di ostacolo passivo e le trincee nemiche, benché sconvolte dal fuoco di preparazione, si gremivano di difensori, bisogna riconoscerlo, valorosi e tenaci. Venne poi accertato che dietro la prima linea esisteva, ben dissimulata e ben mascherata, una “linea di protezione”, nella quale i difensori si riparavano durante la preparazione, pronti a portarsi sulla linea antistante quando si notava l’allungamento del nostro tiro, preludio dell’attacco delle fanterie. Neanche il tiro di controbatteria riuscì di grande efficacia, perché non si riuscì sempre a individuare con esattezza le posizioni avversarie e alcune si trovavano fuori della gittata utile dei nostri pezzi. Dal 23 giugno al 2 luglio, le ondate si seguirono alle ondate ma “appariva ormai palese l’entrata in pieno” sono parole della nostra relazione ufficiale, “nel penoso periodo dell’esperienza, della nuova forma di guerra”. Contemporaneamente la III Armata attaccava sul Carso. L’azione si svolse in tre fasi, e la più intensa fu la terza, fra il 4 e il 7 luglio.
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