segue Le prime due battaglie dell'Isonzo

 

L’Isonzo era stato passato, a sud di Sagrado, durante le operazioni iniziali, da truppe che s’erano trovate davanti a una vasta inondazione, che gli Austriaci erano riusciti a provocare deviando le acque del canale Dottori. Questo canale, largo 8 metri, profondo da 3 a 4 metri e col pelo dell’acqua che supera di un paio di metri il terreno circostante, si distacca dall’Isonzo presso Sagrado e segue, ad ovest, la ferrovia che porta a Monfalcone; in prossimità di Fogliano se ne distacca un ramo detto San Pietro, che ritorna nel fiume, mentre il canale principale prosegue verso Monfalcone e il mare. Gli Austriaci, distruggendo i margini e il terrapieno della ferrovia, in qualche tratto, e costruendo una diga a Selz avevano provocato vaste inondazioni e solo il saliente di Redipuglia rimaneva asciutto e costituiva come un ponte, che era il solo tratto utilizzabile per salire sul Carso.

La situazione delle truppe, strette tra il terreno inondato davanti e l’Isonzo alle spalle, era tragica. Crediamo di non peccare di retorica chiamando epica l’azione degli zappatori del genio che, sotto il fuoco nemico, riattarono argini, costruirono dighe, aprirono vie di deflusso, fino ad ottenere il prosciugamento del terreno.

Ma intanto la lotta non conosceva soste. Passato l’Isonzo da altre forze a Sagrado, furono conquistati, nella prima fase, Castelnuovo e Polazzo, alle falde dell’altipiano del Carso.

Nella seconda e nella terza fase, con rinnovati cruenti sforzi, fu conquistato e saldamente tenuto il primo gradino carsico, in corrispondenza del contrafforte più settentrionale dell’altipiano, e furono conquistate le falde delle alture di Redipiglia, di Vermegliano e di Selz; ciò consentiva di poter spostare, al coperto, artiglierie per poter battere di fianco, da sud, il Monte San Michele, importante obiettivo. Il 7 luglio la lotta sostò.

Da parte austriaca l’esito della prima battaglia dell’Isonzo fu giudicata promettente, tanto che si sospesero i lavori per la costruzione di una seconda posizione difensiva, a circa 10-14 chilometri ad ovest della Sava ed i lavoratori che vi erano adibiti furono impiegati per lavori di rafforzamento della prima linea.

Non ebbero molti giorni a disposizione, perché il 18 luglio fu scatenata la seconda battaglia dell’Isonzo, che – e non poteva essere altrimenti – fu la continuazione dell’ultima fase della prima, dopo l’interruzione necessaria per far affluire un rinforzo di artiglierie pesanti sul settore carsico, dove gravitò lo sforzo principale, localizzato particolarmente contro le posizioni di San Michele-San Martino.

La corazza difensiva austriaca era stata messa allo scoperto, scalfita in qualche tratto, intaccata dove ora si insisteva. Partiti prevedendo rapide marce, manovre avviluppanti e furiose battaglie, si ebbero queste ultime e mancarono le prime. Il nostro esercito, come tutti gli altri, perdette la capacità di fare la guerra campale e solo dopo lungo, doloroso tirocinio, acquistò la capacità di fare la guerra d’assedio. L’esperienza della prima battaglia dell’Isonzo non poteva essere ancora sufficiente e gli errori furono ripetuti.

Il Comando Supremo, da parte sua, vide chiaramente l’inopportunità di impegnare direttamente la “cortina” che ostruiva il passaggio dell’Isonzo e, poiché sulla sponda sinistra del fiume s’era posto saldamente piede, nel tratto Sagrado-Fogliano-Redipuglia, in quel settore ritenne di insistere, con un concetto di manovra, quello di scardinare il pilastro meridionale del campo trincerato di Gorizia, il Monte San Michele; ma le truppe dovevano necessariamente attaccare le posizioni che le fronteggiavano e bisognerà arrivare all’agosto 1916 per veder applicato da Badoglio, con la conquista del Sabotino, quel sistema di camminamenti e di approcci del quale il Comando Supremo aveva già prescritto l’impiego.

Allo scopo di evitare che il nemico concentrasse i suoi mezzi sul tratto minacciato, bisognava tenerlo incerto su quale esso fosse e, quindi, azioni impegnative furono effettuate sul Podgora, a Plava, sul Monte Nero, nella conca di Plezzo.

Il comando della III Armata intendeva assicurarsi, anzitutto, la larga base di partenza attorno al San Michele, dal contrafforte nord-occidentale del monte, detto q.170, fino all’orlo della conca di Doberdò e al monte Sei Busi e, da essa, poi, sviluppare un attacco convergente verso le quattro cime del San Michele. In pratica, le truppe si lasciarono trascinare dall’azione, sì che le ali mossero in anticipo, fra il 18 e il 23 luglio, il nemico indebolì il centro e ne approfittarono le nostre fanterie del corrispondente settore per avanzare alquanto, fra il 24 luglio e il 3 agosto.

Diventarono famose le denominazioni di oscure località, e a volte i nomi venivano suggeriti dalle vicende della lotta: Bosco Cappuccio, Bosco Triangolare e Bosco Lancia, Trincea delle frasche, Trincea dei razzi, Trincerone rosso e simili.

Le quattro cime del Monte San Michele vennero conquistate, un contrattacco austriaco ce le tolse, furono riconquistate e ancora riperdute; la fine della battaglia trovò la nostra linea rettificata in avanti, appoggiata alle falde occidentali del San Michele e alla sommità del monte Sei Busi, mentre risultava soppresso il saliente di Sagrado. A Plava, era stata alquanto allargata la difesa attorno a Globna e qualche progresso veniva conseguito ad est del Monte Nero.

La seconda battaglia dell’Isonzo segnò il culmine del nostro sforzo nell’estate 1915; furono impiegate quasi tutte le riserve e oltre alle perdite di uomini e materiali, causate dalla lotta, si rivelarono alcune deficienze organiche fondamentali: insufficienza, in numero e potenza, di artiglieria, deficienza di mezzi di distruzione, carenza di osservazione aerea.

Soprattutto il reticolato dimostrò di essere un ostacolo insormontabile, i proiettili di artiglieria rompevano qualche filo, ma non rimuovevano il groviglio. Si tentarono vari espedienti e citiamo, quasi a titolo di curiosità, la “ruota Cantono”,  delle dimensioni di una ruota di bicicletta, munita di arpioni taglienti, che veniva lanciata da una specie di catapulta che le imprimeva un moto rotatorio: gli arpioni recidevano qualche filo, poi trattenevano la ruota, in mezzo al reticolato, finché scoppiava la carica di esplosivo, che costituiva il corpo centrale; i risultati furono assolutamente deludenti. Le bombarde vennero nel 1916 e i guastatori – soldati del genio e volontari di fanteria – muniti di pinze da giardiniere o di tubi di gelatina esplosiva riuscivano, a prezzo di grandi sacrifici, ad aprire qualche varco, insufficiente però allo sviluppo di un attacco travolgente. E il reticolato, quando non costituiva un ostacolo continuo, invalicabile, funzionava da filtro, perché nei ristretti passaggi l’attacco si frammentava, i brevi varchi costituivano un’insidia mortale per i valorosi che vi si avventuravano e coloro che riuscivano a passare di là si trovavano stretti, fra la trincea nemica e l’ostacolo alle spalle. Eppure molti attacchi ottennero un successo iniziale, ma appaiono evidenti i motivi della riuscita dei contrattacchi nemici, che immancabilmente scattavano al momento opportuno.

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