LA STRAFEXPEDITION

 

Conosciuta dalla storiografia italiana con il nome di Battaglia degli Altipiani, questa offensiva austro-ungarica fu voluta per punire il tradimento italiano alla Triplice Alleanza.

 

Quando nel pomeriggio del 14 maggio 1916, un fuoco d’artiglieria, quale mai s’era visto l’uguale, si scatenò sulle posizioni italiane, e al mattino del 15 il XX corpo austro-ungarico mosse all’attacco, le prime rapide conquiste fecero credere ad un travolgente successo del nemico.

Il XX corpo era comandato dall’arciduca ereditario Carlo, al quale si voleva procurare una risonante gloria militare. Complessivamente, venivano impiegate 14 divisioni, sostenute da 60 batterie pesanti (oltre quelle organiche) e la cui azione sarebbe stata inizialmente appoggiata dalle artiglierie delle fortificazioni permanenti, che nel tratto Lavarone-Folgaria erano le più vicine agli sbocchi in pianura e che, quindi, più che ad un compito difensivo apparivano destinate a costituire una testa di ponte protesa verso il cuore del Veneto.

In Trentino, sfruttando al massimo la limitata capacità logistica delle ferrovie del Brennero e della Pusteria, ad un unico binario, e la non ricca rete stradale, il nemico aveva fatto affluite armi, munizioni, viveri, materiali vari e successivamente le truppe, con accorgimenti vari per celarne i movimenti. L’inizio dell’offensiva prevista per il 10 aprile, fu dovuto ripetutamente rimandare, principalmente per le condizioni meteorologiche – la cui avversità, in quella stagione, non sarebbero dovute sfuggire al Konrad, trentino di elezione – e superate le date del 20 aprile e del 1° maggio, fu infine fissato per il 15 maggio.

Vi fu sorpresa da parte italiana? Indubbiamente sì, ma non in modo completo. Il 22 marzo, la I Armata aveva lanciato il grido d’allarme di una imminente offensiva nel Trentino. Cadorna, che si trovava a Londra, immediatamente telegrafò, richiamando all’osservanza delle norme da lui date e ripetute in passato: l’Armata doveva far affidamento sulle proprie forze, difendersi sulle posizioni principali di resistenza, non lasciarsi trascinare a mantenere posizioni avanzate. Ma esisteva un grave malinteso che purtroppo si rese manifesto troppo tardi, fra il Comando Supremo e il comando della I Armata. Qual era la “posizione principale” di resistenza?

Il Comando Supremo intendeva quella cosiddetta dei capisaldi che, grosso modo, si svolgeva lungo la linea Coni Zugna, Col Santo, Monte Maggio, Spitz Tonezza, Monte Campolungo, Verena, Cima Portule, Cima della Caldiera, linea ben determinata sul terreno, che se convenientemente rafforzata e presidiata avrebbe rappresentato una barriera difficilmente superabile, tanto più che si svolgeva, in gran parte, oltre la gittata utile dell’imponente schieramento delle artiglierie avversarie.

Diverso era però l’orientamento del generale Brusati, comandante della I Armata, che fin dall’inizio delle ostilità aveva tenuto un comportamento più aggressivo che difensivo e, sul lato occidentale dal saliente trentino, dal confine svizzero al lago di Garda, aveva spinto il III corpo all’occupazione di tutti i valichi alpini (ad eccezione del passo dello Stelvio) e, sul lato orientale, aveva fatto occupare dal V corpo posizioni di alto valore difensivo, come l’Altissimo, il Pasubio, il Col Santo e, in Val Sugana, Ospedaletto.Il fronte risultava raccorciato da 380 km. a 213, una metà dei quali su zone militarmente impervie. Sospinto dal suo spirito offensivo, il generale Brusati aveva proseguito gli attacchi, conseguendo anche qualche successo, come la conquista dell’Adamello, strategicamente inutile. Altri attacchi, però, avevano sbilanciato in avanti lo schieramento dell’armata, su posizioni avanzate tatticamente sfavorevoli, ma che si era restii ad abbandonare. Brusati, in effetti, quando il Comando Supremo i primi rinforzi, fisso nell’idea che la miglior misura difensiva era quella di paralizzare la probabile azione nemica attaccando, continuò a rinforzare le posizioni avanzate, le considerò di massima resistenza e retrocesse a linea di appoggio, ovverosia a seconda linea, quella dei capisaldi e non si mosse da tale atteggiamento nemmeno quando un ufficiale cecoslovacco passò le linee il 26 aprile e rivelò mezzi e intenzioni del nemico. Fu la prima volta che si apprese il nome di Strafexpedition, spedizione punitiva, imposto da Conrad alla imminente offensiva.

Negli ultimi di aprile e i primi di maggio, Cadorna si recò ad ispezionare il fronte trentino, si accorse dell’inosservanza delle sue disposizioni, sostituì Brusati col generale Pecori Giraldi, ripartì più equamente il fronte interessato.

Perché non ordinò l’arretramento del fronte sulla linea dei capisaldi? Il movimento, che a fine di marzo si sarebbe potuto effettuare in piena tranquillità, ora rischiava di far sorprendere le truppe in crisi di ripiegamento e specialmente per le artiglierie sarebbe stata crisi grave; inoltre bisogna riconoscere che Cadorna non era affatto convinto che l’avversario avrebbe attaccato in forze e tale era anche l’opinione dell’Ufficio I del Comando Supremo.

L’attacco colse le truppe italiane, fanterie ed artiglierie, proiettate verso le posizioni avanzate. Comandanti e gregari si ostinavano a mantenerle o a tentar di riprenderle, anche quando il bombardamento nemico aveva frantumato trincee e difese accessorie, distrutto armi, annientato o abbrutiti i presidi; veniva in tal modo a mancare la possibilità di rafforzare le posizioni retrostanti e talvolta si dovettero abbandonare seconde e terze linee. L’armata si trovò ben presto senza riserve, e quelle inviate dal Comando Supremo, venivano spese nel tentativo di chiudere qualcuna delle falle che si aprivano da ogni parte.

Si cominciò nei due settori laterali. In Val Sugana, i difensori, di fronte alla spinta del XVII corpo, si arroccarono sulla linea principale di resistenza, nei pressi di Ospedaletto, e respinsero ogni ulteriore attacco. In Val Lagarina agì l’VIII corpo, la cui azione fu preparata dal fuoco dei grossi calibri (381 e il 420) e, dopo accanite difese, andarono perdute le posizioni della Zugna Torta, Pozzacchio e Col Santo, ma la resistenza si irrigidì sulla linea principale di difesa, da Coni Zugna, a Passo Buole, al Pasubio e gli austriaci reiterarono fino al 31 maggio vani tentativi di superare quelle che, ben a ragione, furono chiamate le nuove Termopili d’Italia: fu un pilone incrollabile sul quale si appoggiò la difesa del fronte investito dalla furia nemica.

Peggio avvenne nel settore immediatamente ad oriente, tenuto dalla XXXV divisione; su 6 km. di fronte, col concorso dei vicini forti, si abbatté il fuoco di 369 pezzi, dei quali 87 di medio e 35 di grosso calibro, e, dall’altipiano di Lavarone e Folgaria, mosse l’attacco l’intero XX corpo dell’arciduca Carlo. Se limitati furono i lembi di terreno abbandonati in Val Terragnolo, furono travolte la linea avanzata e quella retrostante dei capisaldi sull’altipiano di Tonezza, caddero il Toraro e il Campomolon e il ripiegamento si arrestò sull’improvvisa linea del Posina. Resistette il Monte Cimone e, di sera del 19 maggio, la situazione cominciò a presentare speranze di stabilità dall’Adige all’Astico.

Inizio pagina

 

indice BATTAGLIE

 

Ritorna all' index del sito ...

... oppure utilizza il menù qui sotto per raggiungere le altre aree di questo sito internet

Archeologia

Storia

la guerra 1915 - 18

Il territorio