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segue LA STRAFEXPEDITION
Ma, il giorno dopo, l’uragano si scatenò nell’adiacente settore dell’altipiano di Asiago, dove lo schieramento italiano, oltre a trovarsi col fianco sinistro scoperto, mancava di appoggio a destra, per l’abbandono delle avanstrutture fronteggianti Ospedaletto in Val Sugana. Su 5 km. di fronte dell’altipiano di Asiago, aprono il fuoco 218 pezzi d’artiglieria da campagna e da montagna, 87 di bocche da fuoco di medio e 28 di grosso calibro. Attacca il III corpo austriaco, le difese italiane vengono sorpassate, il terreno – anche perché in gran parte coperto di neve – non offre appigli per aggrapparsi; il nemico occupa Arsiero il 27 e Asiago il 28; la difesa italiana è ridotta all’orlo meridionale della conca di Asiago, il 29 cade Gallio e agli austriaci si prospetta la possibilità di scendere la Val Frenzela e tagliare la Val Sugana, nei pressi del suo sbocco in pianura. Il 30 cade il Pria Forà, sono strette da presso le Melette, la situazione diventa pericolosa e il generale Cadorna prepara l’ordine di ritirata al piano; ma lascia passare la notte e l’indomani mattina cambia idea. Anzi nei due giorni successivi, benché il nemico prema violentemente dal Posina all’altipiano dei Sette Comuni e riesca a impadronirsi del Monte Cengio (la resistenza dei granatieri è qui veramente epica), non perde la calma. Si reca sul posto, sostituisce qualche comandante visibilmente stanco o depresso e, il 2 giugno, ordina alla I Armata di consolidare le posizioni e di passare al più presto alla controffensiva, il cui primo atto avrà come scenario l’altipiano di Asiago, e mette a sua disposizione un corpo d’armata. Il 3 giugno, annuncia nel bollettino n. 374: “L’incessante azione offensiva del nemico nel Trentino fu dalle nostre truppe nettamente arrestata lungo tutta la fronte d’attacco”. Invero, i piloni laterali, in Val Lagarina e Val Sugana, avevano validamente retto l’urto e, al centro, la spinta nemica era stata contenuta e, poco alla volta, ridotta in un fronte d’attacco sempre più ristretto, che limitava la possibilità di manovra. La mole di lavoro sviluppata da Cadorna in quei giorni è prodigiosa. Sorpreso dall’incalzare degli avvenimenti egli non si sgomenta, accusa il colpo, ma corre subito alla parata e alla risposta. Aveva sette divisioni di riserva, compresa quella richiamata dall’Albania, ne farà rimpatriare un’altra ancora dall’Albania e dalla Libia. Il 21 maggio, corre a Udine, affida al Duca d’Aosta il comando di tutto il fronte isontino, da Plezzo al mare, e assegna al generale Frugoni, già comandante della II Armata, il comando della V Armata, che fin dal giorno prima ha deciso di costituire e radunare nel triangolo Cittadella-Vicenza-Padova. Con audace determinazione toglie reparti di tutto il fronte dell’Isonzo, oltre 120 battaglioni, senza che il nemico riesca a percepire l’indebolimento dello schieramento che lo fronteggia; 80 mila carri ferroviari e un migliaio di autocarri vengono impiegati nella gigantesca manovra di trasferimento di uomini, quadrupedi, artiglierie, carreggio dei corpi, ingentissimi quantitativi di munizioni, di viveri, foraggi, materiali vari. Né si poteva pensare di togliere dall’Isonzo divisioni intere. Il 5 giugno, la V Armata era radunata e pronta ad agire. Il compito, lo scopo per il quale era stata “inventata”, era quello di fronteggiare il nemico nell’eventualità che fosse riuscito a scendere in pianura. Cadorna vi si preparò, ma mai credette che si sarebbe giunti a tanto e qui cade opportuno richiamare i motivi del suo scetticismo sulla effettuazione della grande offensiva del Trentino. Egli considerava che Konrad avrebbe commesso un grave errore ingolfandosi, con forti masse, nelle strette vallate alpine, manovrando in un terreno difficile, in gran parte impercorribile, che presentava condizioni proibitive per un efficace, continuativo appoggio delle artiglierie, avendo alle spalle comunicazioni ferroviarie e stradali di limitata capacità logistica. Ma se anche le armate austro-ungariche fossero riuscite a scendere nella pianura veneta, si sarebbero trovate in precarie condizioni, col massiccio montano alle spalle e con l’esercito italiano in grado di manovrare per linee interne, favorito dall’assenza di un concomitante attacco sull’Isonzo. Ad ogni modo è pura leggenda quella che attribuisce a Cadorna l’intenzione di lasciar sboccare gli austriaci dai monti per poi batterli in pianura; già nel suo ordine di operazione del 2 giugno, anticipava la sua intenzione di contrattaccare sugli altipiani. Il fronte d’attacco austriaco si è andato riducendo dalla massima ampiezza dall’Adige al Brenta, al tratto Vallarsa-Val Sugana; poi al solo altipiano dei Sette Comuni e, infine, al margine meridionale della conca di Asiago. Il disegno operativo di Cadorna considerava l’agganciamento al centro dell’avversario, nella conca di Arsiero, e un doppio avvolgimento per le ali, a destra, dall’orlo settentrionale dell’altipiano dei Sette Comuni verso la cima e la Bocchetta di Portule e, a sinistra, dalla regione del Pasubio verso il Col Santo. Gli austriaci hanno ancora un conato offensivo contro le posizioni del Lemerle e del Magnaboschi, ma quando, il 15 giugno, sul fianco orientale si preannuncia l’azione del XX corpo italiano e del Gruppo alpino del Lisser, Conrad sente la minaccia alle ali e, alle 18,30 emana l’ordine di cessazione dell’offensiva riservandosi di fissare la posizione scelta per la difesa, prevedendo un arretramento notevole delle linee raggiunte. Il 19, l’attacco austriaco appare chiaramente in esaurimento, mentre i nostri sono attardati dalla scarsità delle artiglierie, sì da dover rinviare l’inizio dell’offensiva. L’avversario rompe il contatto, nella notte sul 25, ripiegando in buon ordine su posizioni prestabilite e solidamente presidiate, dalla sinistra del Posina e la destra dell’Assa fino a Roana, indi Monte Zebio e Ortigara, che coprono le posizioni delle Portule. Il 27, il generale Pecori Giraldi sospende gli attacchi, avendo avuto la sensazione di trovarsi davanti ed una linea che impone il riordinamento di truppe e artiglierie, prima di procedere ad ulteriori azioni. La battaglia difensiva era così vinta. Basta controllare le date con le operazioni sul fronte russo, iniziate il 4 giugno, per costatare come la vittoria spettasse unicamente alle armi italiane. Il generale Arz, che fu successore di Konrad, nella carica di capo di Stato Maggiore, annota nelle sue memorie: “L’offensiva nostra del 1916 fallì ancora prima dell’offensiva russa perché intrapresa con forze troppo scarse”. Possiamo aggiungere un’altra testimonianza, quella del generale Falkenheim, il quale rivela che, fin dal 27 maggio, Conrad aveva chiesto che venisse sostituita al fronte russo una divisione del XII corpo, costituito da elementi romeni che era sconsigliabile di impiegare contro gli italiani, e la richiesta austriaca “permetteva di ammettere che la fronte di combattimento (del Trentino) si trovava in situazione già ben critica”. La battaglia degli Altipiani era stata, insieme a quella di Verun, l’inizio della serie di quelle terribili battaglie di materiale, precedute da massicci bombardamenti d’artiglierie, che costarono sacrifici enormi di sangue ai soldati di tutte le nazioni in guerra, con risultati assai scarsi. Il soldato italiano aveva superato bravamente l’aspra prova della prima battaglia difensiva riuscendo a resistere, a riprendersi, a vincere, conquistando gran parte del terreno perduto.
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