L' ARMISTIZIO DI VILLA GIUSTI

 

Dopo la disastrosa battaglia di Vittorio Veneto dell’ottobre-novembre 1918, l’Esercito Austro-Ungarico era allo sfascio. La sconfitta si trasformò in rotta non più arginabile e mentre le truppe tentavano di rientrare in patria, a Villa Giusti si firmava l’armistizio per far cessare il fuoco su tutto il fronte italiano.

 

La popolazione italiana apprese il mattino del sabato 2 novembre 1918 l’esaltante notizia:

TRAVOLTO DALL’ESERCITO ITALIANO, IL NEMICO CHIEDE A DIAZ L’ARMISTIZIO.

Fu questo il titolo del “Corriere della Sera”, naturalmente sull’intera pagina. A grandi caratteri, campeggiava il bollettino dell’agenzia d’informazioni Stefani, alla quale il governo aveva fornito le prime notizie sulle trattative in corso. Il bollettino diceva: “Roma, 1 novembre notte. Si è presentato alle nostre linee un ufficiale dello Stato Maggiore austriaco, il quale, munito di apposita autorizzazione, ha chiesto di entrare in discussione per un armistizio. Il generale Diaz ne ha informato il presidente del Consiglio dei Ministri attualmente a Parigi. L’On. Orlando, alla sua volta, ne ha informato la Conferenza interalleata che ha discusso e precisato le condizioni alle quali l’armistizio potrebbe essere accordato, e ha dato incarico al generale Diaz, in nome dei Governi alleati e degli Stati Uniti, di darne comunicazione ai parlamentari austriaci.

Le condizioni dell’armistizio si ispirano ai concetti del Presidente Wilson: cioè di rendere impossibile al nemico di ricominciare la guerra e di impedirgli di profittare dell’armistizio per sottrarsi ad una difficile situazione militare, e lo stato della battaglia sulla nostra fronte dimostra praticamente il grande valore di queste ultime condizioni. Siccome è probabile che i parlamentari austro-ungarici vorranno conferire in proposito coi loro comandanti, è da credere che la risposta non potrà essere immediatamente prossima. (Stefani) ”.

La sottolineatura della frase finale voleva certamente evitare che un eventuale fallimento dei negoziati in corso e la continuazione della guerra causasse una pesante delusione.

Ma l’Impero austro-ungarico aveva ormai le ore contate. Sotto il titolone L’AUSTRIA HA CAPITOLATO il “Corriere della Sera” del 5 novembre pubblicava il famoso bollettino italiano della Vittoria: “La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re Duce Supremo …”. In mezzo alla prima pagina, in posizione ancora più evidente e a grossissimi caratteri il comunicato del Comando Supremo sulla firma dell’armistizio. Eccolo: “4 novembre, ore 16. In base alle condizioni dell’armistizio stipulato fra i plenipotenziari del Comando Supremo del R. Esercito Italiano in nome di tutte le Potenze Alleata e degli Stati Uniti d’America e i plenipotenziari dell’I.R. Comando Supremo dell’Esercito Austro-Ungarico, le ostilità per terra, per mare e per aria su tutte le fronti dell’Austria-Ungheria sono state sospese alle ore 15 di oggi, 4 novembre. DIAZ.”

In seconda pagina le prime notizie sui negoziati: “Le trattative per l’armistizio hanno avuto luogo a Padova. La delegazione del Comando nemico era formata da 8 ufficiali presieduti dal generale Weber. Essa è stata alloggiata nella villa del senatore Giusti ed ha avuto trattamento signorile nonché tutti gli onori militari. Pel Comando italiano ha riferito il generale Badoglio, il quale ebbe come interprete un giovane ufficiale trentino cognato dell’eroe Battisti.”

Il giorno seguente, il quotidiano milanese riportava più precisi particolari:

 “ Il 29 ottobre si presentava con la bandiera bianca alle nostre linee un capitano austriaco che dichiarava di voler essere introdotto al nostro Comando per trattare l’armistizio e presentava le credenziali. Il capitano non venne ammesso, perché sprovvisto di sufficienti patenti. Il giorno 30 si presentava al medesimo settore una Commissione parlamentare austriaca composta di nove ufficiali con le persone del seguito. La Commissione annunziò la sua presenza alle linee con quindici trombe e agitando una bandiera bianca. Dato l’ordine di cessare il fuoco, i parlamentari entrarono nelle nostre linee accompagnati da venti ufficiali dei carabinieri. Non furono bendati, ma messi in un’automobile chiusa con le tendine abbassate. I parlamentari vennero trasportati sotto la scorta di un generale brigadiere alla residenza del Supremo Comando.

Alla mattina seguente, poco prima delle 9, i parlamentari si riunirono nella sala principale della villa. Alle 9,30 il generale Badoglio faceva il suo ingresso. Gli Austriaci si misero in posizione di attenti, salutando. Anche il generale Badoglio rispose al saluto. Il generale von Weber si presentò e presentò la missione. Il colloquio durò pochissimi minuti, e il generale Badoglio ritornò subito al Gran Quartiere Generale. Dopo usciti dalla villa i carabinieri tributarono nuovamente gli onori militari alla missione austriaca. La sera del giorno 2 il gen. Badoglio ebbe un altro colloquio con i parlamentari. Il colloquio fu lunghissimo.

Il giorno 3 il generale Badoglio, il generale Scipioni, il colonnello Gazzano, il capitano Maravigli, il comandante Accissi per la Marina Italiana furono nuovamente a contatto con i parlamentari. Si trattava di discutere la firma vera: la stipulazione dell’armistizio. Il colloquio durò fino alle 18,39. Prima di uscire avvenne uno scambio di strette di mano, l’armistizio era firmato.”

Sulla scorta dei documenti ufficiali e del racconto dei partecipanti alle trattative, la storia ha poi fissato la versione su come si giunse all’armistizio. Ecco alcuni curiosi particolari:

“L’ufficiale austriaco con la bandiera bianca si presentò alle linee di Val Lagarina; aveva una lettera del generale Weber, comandante del VI corpo d’armata austro-ungarico, il quale scriveva di essere incaricato dal Comando Supremo di entrare in trattative, immediatamente, per un armistizio. Lo stesso generale Weber, essendo stato respinto il suo inviato, entrò in Italia il giorno successivo con gli altri otto ufficiali della Commissione.

Nel medesimo giorno, sempre in Val Lagarina, si presentò un colonnello tedesco, con l’incarico di prender parte ai negoziati in nome del governo germanico, ma fu invitato a ritirarsi.

Nel colloquio del 2 novembre la delegazione italiana comunicò ai rappresentanti dell’Austria-Ungheria le condizioni dell’armistizio, decise dal Consigli Interalleato di Versailles, su proposta del presidente del Consiglio italiano Orlando.

Questi i punti principali:

1.       Sgombero dei territori invasi e delle regioni assegnate all’Italia dal Patto di Londra. (Il 26 aprile 1915 gli Alleati avevano assegnato all’Italia le province austriache sino al confine alpino, la Dalmazia settentrionale, le isole prospicienti e Valona, promettendo altri compensi in Asia Minore, e la neutralità di una parte delle coste albanesi e dalmate).

2.       Consegna di un’ingente parte del materiale d’artiglieria e della flotta.

3.       Restituzione dei prigionieri fatti all’Intesa.

4.       Facoltà per l’Intesa di servirsi, per ragioni militari e d’ordine pubblico, di tutti i mezzi di comunicazione dell’Impero Austro-Ungarico.

Quest’ultimo punto sembrò troppo duro al generale Weber. Egli chiese ed ottenne di mandare a Trento due suoi ufficiali (cui seguì poi un terzo), perché tentassero di entrare in contatto con il governo di Vienna. Weber voleva le istruzioni finali, soprattutto in merito alla quarta clausola. L’imperatore Carlo aveva dato formali assicurazioni all’imperatore Guglielmo che, l’Austria, non avrebbe mai consentito all’Intesa di attaccare la Germania attraverso il territorio austriaco. L’accettazione del “punto quattro” avrebbe reso possibile tale operazione.

La sera del 2 novembre, in mezzo al caos che iniziava a diffondersi a Vienna, l’imperatore riuscì a raccogliere, dopo molto sforzo, un Consiglio della corona, il quale decise l’accettazione delle clausole d’armistizio.

L’Armistizio di Villa Giusti diede luogo anche ad un increscioso equivoco. Il generale Weber aveva comunicato a Vienna che l’Italia avrebbe sospeso le operazioni di guerra 24 ore dopo la firma dell’armistizio; ciò per avere il tempo di avvertire tutte le truppe in movimento. Il Comando Supremo Austriaco ordinò invece immediata sospensione delle ostilità nella notte stessa del 3 novembre. Ciò fu causa di numerosi incidenti e della cattura di molti prigionieri. Un’inchiesta austriaca riconobbe poi “la piena lealtà e correttezza del Comando Supremo Italiano”. L’Austria, con l’acqua alla gola, era convinta che, al primo annuncio anche unilaterale di pace, nessun soldato si sarebbe battuto.

In quanto alla Germania, il 4 novembre il generale Diaz telegrafò a Parigi: “Se la Germania non sottostarà condizioni armistizio che le saranno imposte da alleati, l’Italia interverrà per costringerla alla resa”. Di fronte alla minaccia italiana alla sua frontiera meridionale, la Germania ormai boccheggiante cedette. L’8 novembre fu annunciata l’abdicazione del Kaiser. Lo stesso giorno, nella foresta di Compiègne, il generale Foch dettò ai delegati tedeschi le condizioni dell’armistizio. Esso venne firmato il giorno 11. La Prima Guerra Mondiale era finita.

 

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