Alcune pagine  della memoria storica: “Ricordi di un combattente della Prima Guerra Mondiale 1915-1918” del medico goriziano Giovanni Manzini, Cavaliere di Vittorio Veneto, che visse i momenti successivi alla presa di Gorizia e fu preso prigioniero alla Sella di Dol, nel posto di medicazione del 57° fanteria, il 28 ottobre 1917, nei giorni di Caporetto.

 

Ingrandisci la fotoNon so se posso considerarmi un vero combattente perché io, facendo parte del VI corpo di sanità – prima come soldato semplice, poi come sergente ed infine come aspirante ufficiale medico – sono andato in guerra armato di bisturi, forbici e non di armi da guerra.Agli ultimi di giugno del 1914 mi trovavo a Graz per fare gli ultimi esami del primo biennio di medicina, quando avvenne l’eccidio di Sarajevo, nel quale il principe ereditario d’Austria e la consorte vennero assassinati. Non si capì l’importanza di questo fatto e quali sarebbero state le gravi conseguenze politiche e militari.Ritornato a Gorizia, subito dopo si incominciò, fra amici, a discutere di guerra. Difatti tra il 28 luglio ed il 4 agosto erano già in guerra l’Austria, la Serbia, la Russia, la Germania, la Francia, il Belgio e l’Inghilterra. L’Italia, pur facendo parte della Triplice Alleanza, dichiarò la sua neutralità.Però nel settembre del 1914 correva voce insistente, tra noi mazziniani, che i garibaldini erano pronti ad oltrepassare il confine onde creare un motivo d’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria. Per questo motivo io e l’amico Decarli decidemmo di andare in Italia portando alcune notizie militari a Palmanova dove c’era un ufficio informazioni militari diretto dal colonnello Tamaio. Di lì andammo ad Udine dove funzionava l’ufficio profughi austriaci, che ci indirizzò a Milano dove si adunavano i fuorusciti giuliani, dalmati e triestini. Lì conobbi Nazario Sauro e Cesare Battisti. Nazario Sauro, squattrinato – come eravamo tutti noi – dormiva, come pure io, all’Albergo popolare, una specie d’E.C.A. ante litteram, dove con pochi centesimi si poteva avere un letto per una notte in una grande camerata. I letti erano suddivisi in tanti box in modo che ciascuno aveva l’illusione di dormire nella propria stanzetta. Nazario Sauro di notte russava e disturbava gli altri dormienti per cui una notte si sentì gridare: “Basta maestro, cambia registro”.Da Milano partivano i volontari garibaldini per andare ad arruolarsi nell’esercito francese e combattere sulle Argonne contro i tedeschi. L’Italia però aveva già ostacolato e chiuso questo flusso di volontari.Visto che la guerra non era imminente e che il borsellino era vuoto, decisi di ritornare a Gorizia e di riprendere i miei studi a Graz. Lì mi trovavo giovane e sano ed i tedeschi mi guardavano male perché non mi trovavo sotto le armi austriache. Premetto che io ero regnicolo, cioè suddito italiano. Le aule universitarie erano vuote e non riscaldate perché mancava il carbone. Tutti gli studenti erano sotto le armi ed i pochi rimasti erano gli inabili e gli stranieri.Ricordo che un giorno andai a trovare un goriziano, certo Blokar, degente in un ospedale militare perché ferito ad un piede in una delle prime battaglie contro i serbi. Nella stanza vi erano una decina di letti occupati da feriti di tutte le nazionalità di cui si componeva il mosaico austriaco. Si doveva interrogare un soldato ungherese che conosceva solo la sua lingua. Il medico tedesco si rivolse al mio conoscente italiano che conosceva anche il croato; tra i feriti c’era pure un croato che conosceva l’ungherese: così tramite diversi interpreti si poté proseguire alla interrogazione. Solo l’Austria con la sua perfetta organizzazione amministrativa era in grado di tenere unite tante diverse nazioni e così disparate. Essa però non poté impedire che a guerra perduta tutto si disgregasse e che ogni nazione volesse amministrarsi da sé.Ritornato a Gorizia alla fine del 1° semestre trovai che l’intervento in guerra dell’Italia era imminente. Mi recai perciò a Trieste presso il Consolato italiano ove ottenni una specie di passaporto con fotografia. Nell’aprile del 1915 capitò in casa nostra a Gorizia un giovanotto triestino, certo Trevisan, orologiaio, indirizzatoci da un nostro comune conoscente di Trieste. Questo giovanotto era un militare austriaco che aveva abbandonato la divisa a Lubiana ed era ritornato a Trieste presso i suoi. Cercava qualche modo per riparare in Italia ed intanto stava nascosto da noi. Nel frattempo, con i miei documenti e con le sue fotografie, una terza persona andò al Consolato italiano di Trieste ove ottenne un altro passaporto a mio nome, ma con la sua fotografia. Tutto andò bene e partimmo subito e nello stesso giorno per l’Italia, io per Cormons e lui per Cervignano. Io andai a Cividale e lui non so dove. L’ho rivisto poi sano e salvo a Trieste a fine guerra. A Cividale mi alloggiai presso una mia zia e nell’attesa dello scoppio della guerra frequentai l’ospedale dove ebbi il primo contatto con gli ammalati, con i primari prof. Accordini di medicina e Sartogo chirurgo. Intanto Cividale brulicava di militari ed ufficiali e la guerra la si sentiva nell’aria. Il 24 maggio 1915 finalmente vi fu la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria e venne affisso il bando di chiamata alle armi di diverse classi, fra le quali la mia, quella del 1893. Presi subito il primo treno e mi presentai al Distretto militare di Sacile ed alla visita medica venni assegnato al corpo della Sanità quale studente di medicina. ….. 

 

Dopo vari trasferimenti il dott. Manzini fu assegnato alla caserma di Carpenedo, a Mestre, trasformata in ospedale contumaciale:

 

…Sul fronte di Gorizia, nella zona di S.Martino di Quisca e vicinanze, era scoppiata un’epidemia di colera trasmessaci dalle truppe austriache provenienti dal fronte russo. Questa epidemia ha fatto parecchie vittime fra i nostri soldati e fra la popolazione civile che era rimasta nelle nostre retrovie. Onde evitare che venisse trasmessa alla popolazione del retroterra italiano, tutti i soldati feriti o malati che provenivano dal fronte dovevano sostare in questo ospedale e le feci di questi dovevano essere sottoposte ed esame batteriologico. Quando l’esame risultava negativo i soldati venivano inoltrati negli ospedali territoriali più arretrati. ….

 

Fu trasferito ancora in varie località e nel mese di settembre 1916 sostenne e superò un esame di farmacologia:

 

Fatto l’esame presi il treno e mi recai a Cividale e poi in Val di Natisone a Loch, dove si trovavano mia madre e mia sorella, alloggiate presso una parente che gestiva uno spaccio di vini e viveri. La sua casa l’aveva dovuta sgomberare per dar posto a Comandi militari. Di lì passava un traffico enorme di camions e di carriaggi perché era l’unica strada di approvvigionamento del fronte del Montenero. Un giorno approfittai pure io per andare a vedere Caporetto e ne rimasi.

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