|
segue
diario Dott. Giovanni Manzini
un
po’ scosso nel vedere delle case distrutte. Però a Caporetto c’era
un movimento di carri, camions, soldati, mai visto.
Un
giorno dopo volli pure rivedere la mia Gorizia che era stata liberata da
poche settimane. Ciò mi fu possibili perché a Cormons faceva servizio
un maresciallo dei carabinieri, mio cugino. Egli mi affidò ad un
carabiniere che faceva servizio fra Cormons e Gorizia e così potei
entrare a Gorizia attraverso il ponte IX agosto, distrutto e riparato
alla meno peggio. La città era vuota e mezza distrutta. Dormii una
notte nel nostro negozio in via Rabatta su un letto preparatomi da una
mia cugina, ma durante la notte venni svegliato diverse volte da scoppi
di granata molto vicini che provenivano dal Borgo S. Rocco. Era il mio
primo contatto con la vera guerra e ne ebbi alquanta paura. Lasciai
Gorizia il giorno dopo attraverso il ponte militare che si trovava dove
ora è la passerella di Straccis.
Ritornai
a Loch di Pulfero, feci il mio resoconto ai miei di quanto avevo visto e
constatai che praticamente avevamo perduto tutti i nostri averi. Dopo
qualche giorno presi la via per Fognano, ma vi rimasi poco tempo. …
La
guerra sanguinosa aveva provocato dei vuoti paurosi nelle file dei
medici militari, così, i giovani di Sanità furono avviati ad
un’“Università castrense” a San Giorgio di Nogaro, che avrebbe
servito ad accelerare il loro corso di laurea e li avrebbe resi abili ad
esercitare la medicina.Ci fu poi un’ulteriore selezione che portò
l’autore a Padova dove ricevette anche il grado di sergente. Dopo aver
superato gli esami del IV anno di medicina ed ottenuto il grado
d’aspirante ufficiale medico fu inviato al Comando di Sanità di Udine
per l’assegnazione del reggimento:
…
Chiesi di andare nella zona di Gorizia e venni subito accontentato ed
assegnato al 57° reggimento di Fanteria che, con il 58° reggimento,
formavano la Brigata “Abruzzi”. Il reggimento si trovava a Cerovo
Dol, per un periodo di riposo. Presi il treno che mi portò a Cormons;
un camion militare mi sbarcò al bivio di Cerovo, vicino a S. Floriano,
ed un carretto militare portò me e la mia cassetta a destinazione.
Assegnato al II Battaglione trovai il tenente medico Semini, un
trevigiano, quale mio superiore e con il quale dovevo dividere le
vicende della guerra.
Dopo
pochi giorni partimmo per occupare la seconda linea del tratto di fronte
che si estendeva dal Rafut ai piedi di S. Caterina.
A
Cerovo basso c’erano i baraccamenti per il riposo del reggimento, che
era appena ritornato dai duri combattimenti sostenuti sotto il colle di
Santa Caterina. Partimmo per S: Floriano, Vallone delle Acque (Groina),
Ponte dell’Isonzo, Viale XX Settembre, allora Ponte Isonzo, Piazza
Vittoria, Piazza De Amicis. Parte delle truppe andarono sul Rafut ed una
parte alla Stazione Montesanto dove ero assegnato io. Il dott. Semini
andò al Rafut.
Per
arrivare alla Stazione
Montesanto c’era un camminamento coperto che passava fra le case di
sinistra della via Camposanto (ora via S. Gabriele) tutte diroccate dai
bombardamenti. Con fori opportuni fra le case si arrivava senza essere
visti sino in fondo dove, un ponticello sopra il Corno, ed un
camminamento, ci portavano alla stazione.
Piantai
alla meno peggio il posto di medicazione in un vano della stazione e per
dormire il mio attendente mi aveva preparato una barella al II piano
della casa che ora si trova dirimpetto all’”Albergo alla
Transalpina”. Dormii male e le notti seguenti le passai in una casetta
a fianco della stazione costruita per alloggiare i ferrovieri.
Una
notte, invitato da un tenente, andai a trovare i soldati in prima linea
sotto il monte S. Caterina. Per fortuna era una notte tranquilla ed io
tornai alla mia base. Un giorno cadde una granata sul piazzale della
stazione ed un povero sottotenente, certo Perini toscano, che stava in
piedi davanti ad una porta della stazione, ricevette una scheggia
proprio al cuore. Ne ebbi un gran dolore anche perché, essendo un
canterino, ci teneva allegri durante la mensa. Questa fu l’unica
perdita umana. Dopo circa una settimana tornammo nel pianoro che si
trova tra Gradiscutta e Vipolzano. Lì abitavo sotto una tenda, dove,
durante la notte mi dilettavo a sviluppare le mie fotografie fatte con
una piccola Kodak. Tutte queste fotografie andarono perdute perché
durante la rotta di Caporetto perdetti tutto il mio bagaglio. Lì
incominciò anche il mio lavoro sanitario con l’eseguire ai soldati le
vaccinazioni antitifiche, anticoleriche ed antivaiolose. Vi furono anche
le esercitazioni preparatorie alla XI battaglia dell’Isonzo. ( … ) .
Ritornammo
a Cerovo inferiore ed il 12 maggio 1917 scendemmo verso Gorizia dove il
II Battaglione, il mio, si installò al ginnasio di viale XX Settembre.
Di lì ci avvicinammo al fronte del cimitero della Grazzigna ed una
notte la passammo, essendo di riserva, nel tunnel ferroviario sotto la
Castagnevizza, che era sistemato per accogliere molti soldati. Mi ricordo
che la galleria era una bolgia soffocante, perché l’ammassamento di
tanta gente provocava un caldo umido che toglieva il respiro e non
c’era alcuna ventilazione che mitigasse quel malessere.
Il
13 maggio iniziò la battaglia con l’attacco alla quota 126,
un’altura al fianco destro del cimitero. Il 14 maggio il mio
battaglione esce dalla galleria: la prima impressione fu di sollievo
perché finalmente si poteva respirare aria fresca. Ci incamminammo
lungo la via Camposanto che era presa d’infilata dai cannoni
austriaci. Per questo motivo la strada era resa meno pericolosa da
trinceroni di pietra trasversali ma il progredire era molto
difficoltoso. Le prime perdite si ebbero proprio durante questo
trasferimento. Arrivati a circa 200 m. dal cimitero in località La
Bianca, io e tutto il personale del posto di medicazione deviammo a
sinistra e ci installammo nella stalla di una casa di contadini. Lì
vicino c’era una profonda trincea coperta dove medicava il tenente
medico: io rimasi nella stalla dove subito incominciarono ad affluire i
primi feriti.
Rimasi
sconvolto nel vedere orribili ferite in tutte le parti del corpo, ma il
dovere fu più forte della commozione per cui mi misi a medicare e
fasciare meglio che potevo. La cosa più importante era il fornire a
ciascun ferito un cartellino per il suo trasferimento alla Sezione di
sanità che si trovava, credo, in via S. Antonio. Naturalmente questo
avveniva sotto lo scroscio delle granate ed il frastuono della
battaglia.
La
battaglia si protrasse per alcuni giorni ancora, ma il mio reggimento,
avendo subito perdite immense, venne sostituito da uno fresco. Di notte
il posto di medicazione si spostò e per non andare lungo la via
Camposanto, sempre battuta dall’artiglieria austriaca, tagliammo
diritti attraverso i campi e binari della stazione Transalpina,
imboccammo via Transalpina ed arrivati in Piazza Catterini (ora Piazza
Medaglie d’oro) ci infilammo in un largo e profondo camminamento che
costeggiava il muro dell’attuale Convento della MM. Orsoline (v.
Palladio), arrivava alla casa del canicida e finiva sul costone
dell’Isonzo, dove c’erano delle batterie da 75 che battevano il
Monte S. Caterina. Un po’ sotto la vetta di questo monte si vedeva un
foro: era un posto di osservazione austriaco piazzato in una caverna ed
a prova di bomba.Non so quante migliaia e migliaia di colpi di cannone
furono indirizzati verso quel foro che, credo, non è mai stato colpito
in pieno. Il giorno dopo il mio battaglione si installò nel Palazzo del
liceo-ginnasio “Dante Alighieri” in


Inizio
pagina
indice
DIARI
|
Ritorna
all' index del sito
...
oppure utilizza il menù qui sotto per raggiungere le altre aree di
questo sito internet
|
|