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diario Dott. Giovanni Manzini
viale
XX Se ttembre ed anch’io mi trasferii colà con il posto di
medicazione. Per arrivarvi c’era una bella strada coperta lungo il
greto dell’Isonzo sino al ponte Isonzo. Il viale XX Settembre era
nascosto da festoni che impedivano di essere visti.
Subito
dopo l’azione bellica della quota 126, il tenente medico ebbe una
licenza e rimasi solo come medico del battaglione.
Ricordo
tutti questi avvenimenti ma non ricordo dove, quando e cosa ha mangiato
in tutto il tempo della guerra, perché la preoccupazione di salvare la
vita era più forte degli stimoli dell’appetito ed inoltre si diventa
buongustai solo più tardi nella vita. So solo che la nostra mensa era
in “via dell’Ospitale” e lì si confezionavano i cibi che poi,
l’attendente, me li portava al fronte.
Dimenticavo
di dire che subito finita l’azione del nostro battaglione al cimitero
di Gorizia, il mio tenente medico usufruendo di una licenza si è
allontanato dal fronte e non vi è più tornato. Per un po’ di tempo
sono rimasto solo come medico.
Dopo
qualche giorno di permanenza del battaglione al ginnasio di Gorizia, in
viale XX Settembre esso venne inviato a riposo a Vallerisce, una località
fra S. Floriano e Gradiscutta di Lucinico.
Era
il 31 maggio del 1917. Da Vallerisce, a metà giugno, il battaglione si
sposta per presidiare le trincee del Sabotino. Ricordo che a Podsabotino
ho fatto delle fotografie del paesetto e della chiesetta completamente
distrutta. Avevo una piccola Kodak comperata a Cormons.
Il
giorno 8 luglio il mio reggimento si adunò nella piana fra Vallerisce e
Gradiscutta per sfilare davanti al Comandante della VI Armata, Generale
Gatti, ed al Comandante della 24^ Divisione, Generale Tiscornia, i quali
dovevano insignire della medaglia d’argento la bandiera del Reggimento
che si era comportato eroicamente nella battaglia del cimitero di
Gorizia. In quell’occasione furono decorati anche alcuni ufficiali e
soldati.
Ho
già accennato che il mio tenente medico Semini se n’era andato in
licenza senza più ritornare al corpo. Un giorno mi vedo arrivare al
corpo un altro tenente medico, di cui non ricordo più il nome; egli era
appena richiamato sotto le armi ed io lo introdussi perciò nei misteri
burocratici del servizio sanitario. Avevo già preso parte ad
un’azione bellica importante e mi ritenevo già un veterano ed è
perciò che facemmo subito amicizia. Egli era un medico condotto di una
trentina d’anni, ed esercitava in un paese dei monti emiliani. A casa
faceva il servizio a dorso di cavallo e la domenica una frotta di
contadini lo aspettava per l’estrazione dei denti, arte in cui eccelleva. Siccome al posto di medicazione c’erano tutte le pinze
dentarie necessarie, egli mi istruì nell’adoperarle e così imparai
ad estrarre i denti, ciò che mi riuscì bene senza far troppo soffrire
i poveri soldati realmente pazienti.
Un
giorno il battaglione ricevette l’ordine di recarsi in località “Cà
delle Vallade”, situata un po’ oltre il fiume Judrio, dove c’erano
delle baracche allestite per lo spidocchiamento e per il bagno dei
soldati. Approfittai della giornata per esplorare i dintorni e mi spinsi
su una strada che, attraversato il monte Quarin, porta a Cormons. A metà
strada c’era una casetta nella quale mi introdussi e nella quale
trovai la moglie del capitano Venezia con una piccolina in braccio.
Facemmo quattro chiacchiere rallegrandoci di ritrovarci goriziani in
quel grande frangente di guerra e lontani dalla nostra casa. Nel
frattempo le truppe avevano finito la pulizia del corpo e lo
spidocchiamento e così ritornammo a Vallerisce. ……
Alcuni
giorni dopo il battaglione del dott. Manzini è trasferito in zona
d’operazioni sulla Bainsizza ed in altri luoghi ancora. Un periodo di
gran mobilità che porta i soldati a Doblari, Bodigoj, Globna, Descla,
ecc. Infine:
Verso
la fine di settembre (1917) altro movimento. Si parte per
Vercoglia-Quisca e si ritorna nei baraccamenti di Cerovo inferiore. Io,
a Globna, mi ero buscato una infezione intestinale con ittero, il
cosiddetto morbo di Weil, malattia molto diffusa tra le truppe. Avevo
febbre e diarrea e tentai di farmi visitare dal capitano medico,
dirigente il servizio sanitario reggimentale, ma non ebbi questa fortuna
anche perché era imminente un avvicinamento alla prima linea del Monte
San Gabriele. Lì si svolgevano le battaglie cruentissime per il
possesso della cima che passava continuamente da una parte all’altra.
Come prima di ogni spostamento verso il fronte, i fanti si affollavano
davanti all’ambulatorio nella vana speranza di essere riconosciuti
ammalati e di essere inviati nell’ospedale. Comunque il vero ammalato
ero proprio io.
Dopo
tre giorni di permanenza a Cerovo inferiore, avvenne l’ennesimo
spostamento. Salimmo a Quisca e poi giù per la valletta della Piumizza
sino alla cosiddetta “Busa del Diau” (Buca del diavolo); qui
esisteva un ponte di legno appena costruito attraverso il quale si
arrivava a Salcano. Da qui salimmo per la strada che conduce al
Montesanto ed a metà strada per Salcano e la Sella di Dol prendemmo la
scorciatoia, battuta dai proiettili Austriaci, ed arrivammo alla Sella
di Dol. Sparavano di continuo ed ogni tanto una granata colpiva il
sentiero. La salita la feci quasi di corsa ed arrivai alla Sella con il
cuore in bocca. Alle cave della Sella c’era il comando del Reggimento
ed il posto di medicazione reggimentale mentre il posto di medicazione
di battaglione si trovava in un camminamento coperto, proprio sul
crinale della Sella, fatto dagli austriaci; l’imboccatura guardava il
fronte nemico e la discesa verso Gargaro. Qui piantai il mio posto di
medicazione. Questo camminamento era ben fatto ed aveva persino un
rivestimento di assi, ma fra questo rivestimento e la parete c’era un
interstizio dove si sentiva una scorribanda continua di topi che
impedivano il riposo. Soffrivo di diarrea e non dico quante volte al
giorno ero costretto a … correre. Per fortuna, all’inizio della
caverna c’era un piccolo vano, con una cassetta piena di cloruro di
calcio, dove ero al coperto durante il mio fabbisogno. Durante questi
viaggi dal posto di medicazione al vano su citato, a metà percorso
circa, incontravo un altro aspirante medico, in attesa di non so che
cosa, credo napoletano, che, non avendo altro da fare, suonava
tranquillamente il mandolino. Sono venuto a sapere in seguito che questo
aspirante medico era diventato una specie di ministro della Sanità
sotto Mussolini; se non mi sbaglio si chiamava Petragnani.
Sul
Monte S. Gabriele avvenivano giornalmente fieri combattimenti per cui la
cima passava ogni giorno da un contendente all’altro. Insomma, la cima
era imprendibile. I feriti che affluivano al posto di medicazione erano
centinaia ed il lavoro era intenso; ci voleva gran forza d’animo e
nervi saldi per resistere alla vista di quelle orrende ferite.
Siccome
la cima del S. Gabriele resisteva a tutti i nostri attacchi si pensò di
usare un battaglione degli arditi. Questo corpo appena istituito portava
le mostrine nere e per me era la prima volta che lo incontravo perché
doveva passare per il camminamento dove mi trovavo io. Ci fu una breve
ma intensa preparazione di artiglieria e poi l’assalto degli arditi.
Questi, con pochissime perdite, occuparono la cima del S. Gabriele ed
attesero che il nostro battaglione


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