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Alcune pagine della memoria storica: Ricordi di un combattente della Prima Guerra Mondiale 1915-1918 del medico goriziano Giovanni Manzini, Cavaliere di Vittorio Veneto, che visse i momenti successivi alla presa di Gorizia e fu preso prigioniero alla Sella di Dol, nel posto di medicazione del 57° fanteria, il 28 ottobre 1917, nei giorni di Caporetto.
Non so se posso considerarmi un vero combattente perché io, facendo parte del VI corpo di sanità prima come soldato semplice, poi come sergente ed infine come aspirante ufficiale medico sono andato in guerra armato di bisturi, forbici e non di armi da guerra.Agli ultimi di giugno del 1914 mi trovavo a Graz per fare gli ultimi esami del primo biennio di medicina, quando avvenne leccidio di Sarajevo, nel quale il principe ereditario dAustria e la consorte vennero assassinati. Non si capì limportanza di questo fatto e quali sarebbero state le gravi conseguenze politiche e militari.Ritornato a Gorizia, subito dopo si incominciò, fra amici, a discutere di guerra. Difatti tra il 28 luglio ed il 4 agosto erano già in guerra lAustria, la Serbia, la Russia, la Germania, la Francia, il Belgio e lInghilterra. LItalia, pur facendo parte della Triplice Alleanza, dichiarò la sua neutralità.Però nel settembre del 1914 correva voce insistente, tra noi mazziniani, che i garibaldini erano pronti ad oltrepassare il confine onde creare un motivo dentrata in guerra dellItalia contro lAustria. Per questo motivo io e lamico Decarli decidemmo di andare in Italia portando alcune notizie militari a Palmanova dove cera un ufficio informazioni militari diretto dal colonnello Tamaio. Di lì andammo ad Udine dove funzionava lufficio profughi austriaci, che ci indirizzò a Milano dove si adunavano i fuorusciti giuliani, dalmati e triestini. Lì conobbi Nazario Sauro e Cesare Battisti. Nazario Sauro, squattrinato come eravamo tutti noi dormiva, come pure io, allAlbergo popolare, una specie dE.C.A. ante litteram, dove con pochi centesimi si poteva avere un letto per una notte in una grande camerata. I letti erano suddivisi in tanti box in modo che ciascuno aveva lillusione di dormire nella propria stanzetta. Nazario Sauro di notte russava e disturbava gli altri dormienti per cui una notte si sentì gridare: Basta maestro, cambia registro.Da Milano partivano i volontari garibaldini per andare ad arruolarsi nellesercito francese e combattere sulle Argonne contro i tedeschi. LItalia però aveva già ostacolato e chiuso questo flusso di volontari.Visto che la guerra non era imminente e che il borsellino era vuoto, decisi di ritornare a Gorizia e di riprendere i miei studi a Graz. Lì mi trovavo giovane e sano ed i tedeschi mi guardavano male perché non mi trovavo sotto le armi austriache. Premetto che io ero regnicolo, cioè suddito italiano. Le aule universitarie erano vuote e non riscaldate perché mancava il carbone. Tutti gli studenti erano sotto le armi ed i pochi rimasti erano gli inabili e gli stranieri.Ricordo che un giorno andai a trovare un goriziano, certo Blokar, degente in un ospedale militare perché ferito ad un piede in una delle prime battaglie contro i serbi. Nella stanza vi erano una decina di letti occupati da feriti di tutte le nazionalità di cui si componeva il mosaico austriaco. Si doveva interrogare un soldato ungherese che conosceva solo la sua lingua. Il medico tedesco si rivolse al mio conoscente italiano che conosceva anche il croato; tra i feriti cera pure un croato che conosceva lungherese: così tramite diversi interpreti si poté proseguire alla interrogazione. Solo lAustria con la sua perfetta organizzazione amministrativa era in grado di tenere unite tante diverse nazioni e così disparate. Essa però non poté impedire che a guerra perduta tutto si disgregasse e che ogni nazione volesse amministrarsi da sé.Ritornato a Gorizia alla fine del 1° semestre trovai che lintervento in guerra dellItalia era imminente. Mi recai perciò a Trieste presso il Consolato italiano ove ottenni una specie di passaporto con fotografia. Nellaprile del 1915 capitò in casa nostra a Gorizia un giovanotto triestino, certo Trevisan, orologiaio, indirizzatoci da un nostro comune conoscente di Trieste. Questo giovanotto era un militare austriaco che aveva abbandonato la divisa a Lubiana ed era ritornato a Trieste presso i suoi. Cercava qualche modo per riparare in Italia ed intanto stava nascosto da noi. Nel frattempo, con i miei documenti e con le sue fotografie, una terza persona andò al Consolato italiano di Trieste ove ottenne un altro passaporto a mio nome, ma con la sua fotografia. Tutto andò bene e partimmo subito e nello stesso giorno per lItalia, io per Cormons e lui per Cervignano. Io andai a Cividale e lui non so dove. Lho rivisto poi sano e salvo a Trieste a fine guerra. A Cividale mi alloggiai presso una mia zia e nellattesa dello scoppio della guerra frequentai lospedale dove ebbi il primo contatto con gli ammalati, con i primari prof. Accordini di medicina e Sartogo chirurgo. Intanto Cividale brulicava di militari ed ufficiali e la guerra la si sentiva nellaria. Il 24 maggio 1915 finalmente vi fu la dichiarazione di guerra dellItalia allAustria e venne affisso il bando di chiamata alle armi di diverse classi, fra le quali la mia, quella del 1893. Presi subito il primo treno e mi presentai al Distretto militare di Sacile ed alla visita medica venni assegnato al corpo della Sanità quale studente di medicina. ..
Dopo vari trasferimenti il dott. Manzini fu assegnato alla caserma di Carpenedo, a Mestre, trasformata in ospedale contumaciale:
Sul fronte di Gorizia, nella zona di S.Martino di Quisca e vicinanze, era scoppiata unepidemia di colera trasmessaci dalle truppe austriache provenienti dal fronte russo. Questa epidemia ha fatto parecchie vittime fra i nostri soldati e fra la popolazione civile che era rimasta nelle nostre retrovie. Onde evitare che venisse trasmessa alla popolazione del retroterra italiano, tutti i soldati feriti o malati che provenivano dal fronte dovevano sostare in questo ospedale e le feci di questi dovevano essere sottoposte ed esame batteriologico. Quando lesame risultava negativo i soldati venivano inoltrati negli ospedali territoriali più arretrati. .
Fu trasferito ancora in varie località e nel mese di settembre 1916 sostenne e superò un esame di farmacologia:
Fatto lesame presi il treno e mi recai a Cividale e poi in Val di Natisone a Loch, dove si trovavano mia madre e mia sorella, alloggiate presso una parente che gestiva uno spaccio di vini e viveri. La sua casa laveva dovuta sgomberare per dar posto a Comandi militari. Di lì passava un traffico enorme di camions e di carriaggi perché era lunica strada di approvvigionamento del fronte del Montenero. Un giorno approfittai pure io per andare a vedere Caporetto e ne rimasi.
un po scosso nel vedere delle case distrutte. Però a Caporetto cera un movimento di carri, camions, soldati, mai visto.
Un giorno dopo volli pure rivedere la mia Gorizia che era stata liberata da poche settimane. Ciò mi fu possibili perché a Cormons faceva servizio un maresciallo dei carabinieri, mio cugino. Egli mi affidò ad un carabiniere che faceva servizio fra Cormons e Gorizia e così potei entrare a Gorizia attraverso il ponte IX agosto, distrutto e riparato alla meno peggio. La città era vuota e mezza distrutta. Dormii una notte nel nostro negozio in via Rabatta su un letto preparatomi da una mia cugina, ma durante la notte venni svegliato diverse volte da scoppi di granata molto vicini che provenivano dal Borgo S. Rocco. Era il mio primo contatto con la vera guerra e ne ebbi alquanta paura. Lasciai Gorizia il giorno dopo attraverso il ponte militare che si trovava dove ora è la passerella di Straccis.
Ritornai a Loch di Pulfero, feci il mio resoconto ai miei di quanto avevo visto e constatai che praticamente avevamo perduto tutti i nostri averi. Dopo qualche giorno presi la via per Fognano, ma vi rimasi poco tempo.
La guerra sanguinosa aveva provocato dei vuoti paurosi nelle file dei medici militari, così, i giovani di Sanità furono avviati ad unUniversità castrense a San Giorgio di Nogaro, che avrebbe servito ad accelerare il loro corso di laurea e li avrebbe resi abili ad esercitare la medicina.Ci fu poi unulteriore selezione che portò lautore a Padova dove ricevette anche il grado di sergente. Dopo aver superato gli esami del IV anno di medicina ed ottenuto il grado daspirante ufficiale medico fu inviato al Comando di Sanità di Udine per lassegnazione del reggimento:
Chiesi di andare nella zona di Gorizia e venni subito accontentato ed assegnato al 57° reggimento di Fanteria che, con il 58° reggimento, formavano la Brigata Abruzzi. Il reggimento si trovava a Cerovo Dol, per un periodo di riposo. Presi il treno che mi portò a Cormons; un camion militare mi sbarcò al bivio di Cerovo, vicino a S. Floriano, ed un carretto militare portò me e la mia cassetta a destinazione. Assegnato al II Battaglione trovai il tenente medico Semini, un trevigiano, quale mio superiore e con il quale dovevo dividere le vicende della guerra.
Dopo pochi giorni partimmo per occupare la seconda linea del tratto di fronte che si estendeva dal Rafut ai piedi di S. Caterina.
A Cerovo basso cerano i baraccamenti per il riposo del reggimento, che era appena ritornato dai duri combattimenti sostenuti sotto il colle di Santa Caterina. Partimmo per S: Floriano, Vallone delle Acque (Groina), Ponte dellIsonzo, Viale XX Settembre, allora Ponte Isonzo, Piazza Vittoria, Piazza De Amicis. Parte delle truppe andarono sul Rafut ed una parte alla Stazione Montesanto dove ero assegnato io. Il dott. Semini andò al Rafut.
Per arrivare alla Stazione Montesanto cera un camminamento coperto che passava fra le case di sinistra della via Camposanto (ora via S. Gabriele) tutte diroccate dai bombardamenti. Con fori opportuni fra le case si arrivava senza essere visti sino in fondo dove, un ponticello sopra il Corno, ed un camminamento, ci portavano alla stazione.
Piantai alla meno peggio il posto di medicazione in un vano della stazione e per dormire il mio attendente mi aveva preparato una barella al II piano della casa che ora si trova dirimpetto allAlbergo alla Transalpina. Dormii male e le notti seguenti le passai in una casetta a fianco della stazione costruita per alloggiare i ferrovieri.
Una notte, invitato da un tenente, andai a trovare i soldati in prima linea sotto il monte S. Caterina. Per fortuna era una notte tranquilla ed io tornai alla mia base. Un giorno cadde una granata sul piazzale della stazione ed un povero sottotenente, certo Perini toscano, che stava in piedi davanti ad una porta della stazione, ricevette una scheggia proprio al cuore. Ne ebbi un gran dolore anche perché, essendo un canterino, ci teneva allegri durante la mensa. Questa fu lunica perdita umana. Dopo circa una settimana tornammo nel pianoro che si trova tra Gradiscutta e Vipolzano. Lì abitavo sotto una tenda, dove, durante la notte mi dilettavo a sviluppare le mie fotografie fatte con una piccola Kodak. Tutte queste fotografie andarono perdute perché durante la rotta di Caporetto perdetti tutto il mio bagaglio. Lì incominciò anche il mio lavoro sanitario con leseguire ai soldati le vaccinazioni antitifiche, anticoleriche ed antivaiolose. Vi furono anche le esercitazioni preparatorie alla XI battaglia dellIsonzo. ( ) .
Ritornammo a Cerovo inferiore ed il 12 maggio 1917 scendemmo verso Gorizia dove il II Battaglione, il mio, si installò al ginnasio di viale XX Settembre. Di lì ci avvicinammo al fronte del cimitero della Grazzigna ed una notte la passammo, essendo di riserva, nel tunnel ferroviario sotto la Castagnevizza, che era sistemato per accogliere molti soldati. Mi ricordo che la galleria era una bolgia soffocante, perché lammassamento di tanta gente provocava un caldo umido che toglieva il respiro e non cera alcuna ventilazione che mitigasse quel malessere.
Il 13 maggio iniziò la battaglia con lattacco alla quota 126, unaltura al fianco destro del cimitero. Il 14 maggio il mio battaglione esce dalla galleria: la prima impressione fu di sollievo perché finalmente si poteva respirare aria fresca. Ci incamminammo lungo la via Camposanto che era presa dinfilata dai cannoni austriaci. Per questo motivo la strada era resa meno pericolosa da trinceroni di pietra trasversali ma il progredire era molto difficoltoso. Le prime perdite si ebbero proprio durante questo trasferimento. Arrivati a circa 200 m. dal cimitero in località La Bianca, io e tutto il personale del posto di medicazione deviammo a sinistra e ci installammo nella stalla di una casa di contadini. Lì vicino cera una profonda trincea coperta dove medicava il tenente medico: io rimasi nella stalla dove subito incominciarono ad affluire i primi feriti.
Rimasi sconvolto nel vedere orribili ferite in tutte le parti del corpo, ma il dovere fu più forte della commozione per cui mi misi a medicare e fasciare meglio che potevo. La cosa più importante era il fornire a ciascun ferito un cartellino per il suo trasferimento alla Sezione di sanità che si trovava, credo, in via S. Antonio. Naturalmente questo avveniva sotto lo scroscio delle granate ed il frastuono della battaglia.
La battaglia si protrasse per alcuni giorni ancora, ma il mio reggimento, avendo subito perdite immense, venne sostituito da uno fresco. Di notte il posto di medicazione si spostò e per non andare lungo la via Camposanto, sempre battuta dallartiglieria austriaca, tagliammo diritti attraverso i campi e binari della stazione Transalpina, imboccammo via Transalpina ed arrivati in Piazza Catterini (ora Piazza Medaglie doro) ci infilammo in un largo e profondo camminamento che costeggiava il muro dellattuale Convento della MM. Orsoline (v. Palladio), arrivava alla casa del canicida e finiva sul costone dellIsonzo, dove cerano delle batterie da 75 che battevano il Monte S. Caterina. Un po sotto la vetta di questo monte si vedeva un foro: era un posto di osservazione austriaco piazzato in una caverna ed a prova di bomba.Non so quante migliaia e migliaia di colpi di cannone furono indirizzati verso quel foro che, credo, non è mai stato colpito in pieno. Il giorno dopo il mio battaglione si installò nel Palazzo del liceo-ginnasio Dante Alighieri in
viale XX Settembre ed anchio mi trasferii colà con il posto di medicazione. Per arrivarvi cera una bella strada coperta lungo il greto dellIsonzo sino al ponte Isonzo. Il viale XX Settembre era nascosto da festoni che impedivano di essere visti.
Subito dopo lazione bellica della quota 126, il tenente medico ebbe una licenza e rimasi solo come medico del battaglione.
Ricordo tutti questi avvenimenti ma non ricordo dove, quando e cosa ha mangiato in tutto il tempo della guerra, perché la preoccupazione di salvare la vita era più forte degli stimoli dellappetito ed inoltre si diventa buongustai solo più tardi nella vita. So solo che la nostra mensa era in via dellOspitale e lì si confezionavano i cibi che poi, lattendente, me li portava al fronte.
Dimenticavo di dire che subito finita lazione del nostro battaglione al cimitero di Gorizia, il mio tenente medico usufruendo di una licenza si è allontanato dal fronte e non vi è più tornato. Per un po di tempo sono rimasto solo come medico.
Dopo qualche giorno di permanenza del battaglione al ginnasio di Gorizia, in viale XX Settembre esso venne inviato a riposo a Vallerisce, una località fra S. Floriano e Gradiscutta di Lucinico.
Era il 31 maggio del 1917. Da Vallerisce, a metà giugno, il battaglione si sposta per presidiare le trincee del Sabotino. Ricordo che a Podsabotino ho fatto delle fotografie del paesetto e della chiesetta completamente distrutta. Avevo una piccola Kodak comperata a Cormons.
Il giorno 8 luglio il mio reggimento si adunò nella piana fra Vallerisce e Gradiscutta per sfilare davanti al Comandante della VI Armata, Generale Gatti, ed al Comandante della 24^ Divisione, Generale Tiscornia, i quali dovevano insignire della medaglia dargento la bandiera del Reggimento che si era comportato eroicamente nella battaglia del cimitero di Gorizia. In quelloccasione furono decorati anche alcuni ufficiali e soldati.
Ho già accennato che il mio tenente medico Semini se nera andato in licenza senza più ritornare al corpo. Un giorno mi vedo arrivare al corpo un altro tenente medico, di cui non ricordo più il nome; egli era appena richiamato sotto le armi ed io lo introdussi perciò nei misteri burocratici del servizio sanitario. Avevo già preso parte ad unazione bellica importante e mi ritenevo già un veterano ed è perciò che facemmo subito amicizia. Egli era un medico condotto di una trentina danni, ed esercitava in un paese dei monti emiliani. A casa faceva il servizio a dorso di cavallo e la domenica una frotta di contadini lo aspettava per lestrazione dei denti, arte in cui eccelleva. Siccome al posto di medicazione cerano tutte le pinze dentarie necessarie, egli mi istruì nelladoperarle e così imparai ad estrarre i denti, ciò che mi riuscì bene senza far troppo soffrire i poveri soldati realmente pazienti.
Un giorno il battaglione ricevette lordine di recarsi in località Cà delle Vallade, situata un po oltre il fiume Judrio, dove cerano delle baracche allestite per lo spidocchiamento e per il bagno dei soldati. Approfittai della giornata per esplorare i dintorni e mi spinsi su una strada che, attraversato il monte Quarin, porta a Cormons. A metà strada cera una casetta nella quale mi introdussi e nella quale trovai la moglie del capitano Venezia con una piccolina in braccio. Facemmo quattro chiacchiere rallegrandoci di ritrovarci goriziani in quel grande frangente di guerra e lontani dalla nostra casa. Nel frattempo le truppe avevano finito la pulizia del corpo e lo spidocchiamento e così ritornammo a Vallerisce.
Alcuni giorni dopo il battaglione del dott. Manzini è trasferito in zona doperazioni sulla Bainsizza ed in altri luoghi ancora. Un periodo di gran mobilità che porta i soldati a Doblari, Bodigoj, Globna, Descla, ecc. Infine:
Verso la fine di settembre (1917) altro movimento. Si parte per Vercoglia-Quisca e si ritorna nei baraccamenti di Cerovo inferiore. Io, a Globna, mi ero buscato una infezione intestinale con ittero, il cosiddetto morbo di Weil, malattia molto diffusa tra le truppe. Avevo febbre e diarrea e tentai di farmi visitare dal capitano medico, dirigente il servizio sanitario reggimentale, ma non ebbi questa fortuna anche perché era imminente un avvicinamento alla prima linea del Monte San Gabriele. Lì si svolgevano le battaglie cruentissime per il possesso della cima che passava continuamente da una parte allaltra. Come prima di ogni spostamento verso il fronte, i fanti si affollavano davanti allambulatorio nella vana speranza di essere riconosciuti ammalati e di essere inviati nellospedale. Comunque il vero ammalato ero proprio io.
Dopo tre giorni di permanenza a Cerovo inferiore, avvenne lennesimo spostamento. Salimmo a Quisca e poi giù per la valletta della Piumizza sino alla cosiddetta Busa del Diau (Buca del diavolo); qui esisteva un ponte di legno appena costruito attraverso il quale si arrivava a Salcano. Da qui salimmo per la strada che conduce al Montesanto ed a metà strada per Salcano e la Sella di Dol prendemmo la scorciatoia, battuta dai proiettili Austriaci, ed arrivammo alla Sella di Dol. Sparavano di continuo ed ogni tanto una granata colpiva il sentiero. La salita la feci quasi di corsa ed arrivai alla Sella con il cuore in bocca. Alle cave della Sella cera il comando del Reggimento ed il posto di medicazione reggimentale mentre il posto di medicazione di battaglione si trovava in un camminamento coperto, proprio sul crinale della Sella, fatto dagli austriaci; limboccatura guardava il fronte nemico e la discesa verso Gargaro. Qui piantai il mio posto di medicazione. Questo camminamento era ben fatto ed aveva persino un rivestimento di assi, ma fra questo rivestimento e la parete cera un interstizio dove si sentiva una scorribanda continua di topi che impedivano il riposo. Soffrivo di diarrea e non dico quante volte al giorno ero costretto a correre. Per fortuna, allinizio della caverna cera un piccolo vano, con una cassetta piena di cloruro di calcio, dove ero al coperto durante il mio fabbisogno. Durante questi viaggi dal posto di medicazione al vano su citato, a metà percorso circa, incontravo un altro aspirante medico, in attesa di non so che cosa, credo napoletano, che, non avendo altro da fare, suonava tranquillamente il mandolino. Sono venuto a sapere in seguito che questo aspirante medico era diventato una specie di ministro della Sanità sotto Mussolini; se non mi sbaglio si chiamava Petragnani.
Sul Monte S. Gabriele avvenivano giornalmente fieri combattimenti per cui la cima passava ogni giorno da un contendente allaltro. Insomma, la cima era imprendibile. I feriti che affluivano al posto di medicazione erano centinaia ed il lavoro era intenso; ci voleva gran forza danimo e nervi saldi per resistere alla vista di quelle orrende ferite.
Siccome la cima del S. Gabriele resisteva a tutti i nostri attacchi si pensò di usare un battaglione degli arditi. Questo corpo appena istituito portava le mostrine nere e per me era la prima volta che lo incontravo perché doveva passare per il camminamento dove mi trovavo io. Ci fu una breve ma intensa preparazione di artiglieria e poi lassalto degli arditi. Questi, con pochissime perdite, occuparono la cima del S. Gabriele ed attesero che il nostro battaglione
prendesse possesso delle trincee austriache appena conquistate e nella stessa notte se ne andarono. Il giorno seguente però ci fu il bombardamento austriaco delle trincee appena occupate ed il contrattacco, ma la cima rimase nelle nostre mani, però con gravi perdite da parte nostra. I fanti non vedevano di buon occhio queste truppe dassalto perché esse, con la sorpresa e lirruenza, erano in grado di sopraffare con facilità e quasi senza perdite le trincee nemiche: ma il mantenimento delle posizioni con i bombardamenti nemici ed i contrattacchi gravavano sulle spalle dei poveri fanti.
Verso la metà di ottobre 1917 il mio battaglione, molto provato nella battaglia del San Gabriele, ricevette lordine di ritirarsi a Salcano, di riserva. Mi alloggiai nella cantina di una casa trasformata già dagli austriaci in fortilizio e dove risiedeva un importante comando austriaco. Per noi era la fureria del reggimento. Sopra questa cantina si elevavano 4 o 5 metri di cemento armato ed era perciò a prova dei calibri più grossi. La cantina aveva un pavimento ed era divisa in tanti piccoli box ed io, in uno di questi misi una barella che mi servì da letto. Durante la notte, cera un incessante viavai di grossi topi che circolavano sotto e sopra il pavimento e che venivano a mangiare le nostre pagnotte. Per salvare la mia pagnotta la avvolsi ben bene in un giornale e la appesi con una cordicella sopra il mio giaciglio. Durante la notte mi svegliai di soprassalto e trovai un grosso topo sopra la mia testa che mangiava il mio pane; non so con quali acrobazie quel topo vi fosse arrivato.
Un giorno volli fare una capatina a Gorizia e mi incamminai lungo le trincee apposite fatte a zig-zag; vi misi un mucchio di tempo, tanto, che al ritorno feci la strada allo scoperto, sotto locchio vigile degli austriaci che dal monte Santa Caterina certamente mi osservavano. Pensavo che il mio bracciale con la croce rossa mi avrebbe preservato da una cannonata.
Il giorno 26 ottobre è stata una giornata calma e di silenzio di armi da fuoco; questa calma era più impressionante degli scoppi di granate e del crepitio delle mitragliatrici. Nellaria si ebbe anche qualche odore acre e qualche cosa che faceva pizzicore agli occhi per bombe lacrimogene scoppiate chi sa dove. Nel pomeriggio ci fu una esercitazione sul monte sovrastante Salcano. Tutte queste strane cose rendevano i soldato nervosi e pieni di oscuri presagi.
Il giorno 27 ottobre ebbimo lordine di recarci sulla Sella di Dol nella nostra trincea che avevamo lasciato qualche giorno prima. Il fronte era stranamente calmo e fra i soldati in trincea circolava già la voce di gravi eventi bellici avvenuti a Tolmino. Si sapeva già in prima linea ciò che non si sapeva in zona di riposo. Questi erano i miracoli del cosiddetto telegrafo del fante. Alle ore 3.30 di mattina del 28 ottobre ebbi lordine scritto di spostare il mio posto di medicazione dalle Case bruciate (così si chiamava il trincerone sulla Sella di Dol9, allAlbergo Preval dove cera una ricca caverna a forma di U, con il posto di medicazione ed il comando sanitario del 57° Reggimento. Appena preso possesso del mio posto di medicazione, seppi da soldati che il mio battaglione si stava ritirando verso Salcano. Io rimasi sul posto aspettando ordini che non vennero. Nel pomeriggio inoltrato mandai un soldato in cerca del mio battaglione, ma questi ritornò dopo breve tempo dicendo che era impossibile ritirarsi verso Salcano perché la strada era bloccata da reticolati. Durante quel pomeriggio, feci una esplorazione sulla strada maestra che conduce a Salcano e trovai delle caverne piene di soldati dimenticati come lo ero io. In una di queste caserme trovai e conobbi il tenente medico, dott. Virgilio Ferrari di Milano, che ritrovai poi al campo di prigionia e con il quale feci fraterna amicizia. In questo dopoguerra il dott. Virgilio Ferrari è stato per una legislatura Sindaco di Milano.
Durante questa esplorazione volsi lo sguardo verso Gorizia e vidi che tutti i ponti sullIsonzo erano in fiamme. Venuta la notte mi misi a dormicchiare assieme al mio attendente e ad altri due soldati del posto di medicazione. Durante la notte, mi sento svegliare di soprassalto dai miei soldati un po spaventati, i quali mi dicono che qualcuno aveva sollevato la coperta che chiudeva, come una tenda, limbocco della caverna e che, nellaltro ramo della caverna, cera un soldato.
Mi alzai ed andai a vedere di che si trattava. Mi trovai faccia a faccia con un soldato anziano di forse 45 anni, con il quale incominciai un colloquio a gesti. Mostrai la mia fascia bracciale con la croce rossa e lui mi mostrò la sua uguale e cos fraternizzammo subito. Tentai di parlare tedesco senza successo, poi seppi che era un croato e così, con la mia conoscenza dello sloveno, incominciammo a capirci. Egli trasse dal portafoglio una fotografia e così feci conoscenza della sua famiglia che era piuttosto numerosa. Io, dal canto mio, non potei mostrargli nulla. Fra noi non cera alcun odio, ma solo amicizia. Mi feci intendere che ormai ero prigioniero e che andasse ad avvertire il suo superiore. Lui si ritirò in buon ordine ed io mi trovai tra i miei soldati tutti spauriti. Intanto era arrivata lalba ed, allimprovviso, vidi spostarsi la famosa coperta dellimboccatura ed apparire un grande e grosso sergente ungherese con la rivoltella spianata. Feci capire, mostrando il mio bracciale con la croce rossa, che eravamo degli inermi militari sanitari, animati da sole intenzioni pacifiche per cui egli abbassò la sua pistola e ci fece uscire dalla caverna dove ci attendeva un tenente. Questi era un rumeno; tentai una conversazione in italiano, in tedesco, in francese e sloveno, ma non ci fu nulla da fare, non ci capimmo per niente. Egli però, molto gentilmente, trasse dalla tasca un portasigarette ed offrì da fumare a tutti noi del posto di medicazione; poi ci fece accompagnare da un soldato dal capitano comandante. Si trovava a riposare in una caverna e mi accolse quasi con cordialità. Era un ungherese degli Honved e parlava tedesco; da lui seppi che le truppe austriache erano già a Cormons. Era la mattina del 28 ottobre. Egli mi offrì del pane bianco, un po di caffè ed una salsiccia. Non mangiavo da più di 24 ora e ciò nonostante non gradii affatto il caffè fatto da Ersatz, un surrogato non molto gustoso; gradii poco anche la salsiccia mentre mi meravigliai di vedere del pane bianchissimo mentre il nostro era un po giallastro. Il capitano ungherese bluffò dicendo che a loro non mancava nulla e che il pane bianco lo avevano tutti i giorni. Poteva anche essere vero, perché trattandosi di reggimento ungherese, ricevevano la farina direttamente dallUngheria dove, in quanto a viveri, si strava bene. Ero naturalmente depresso e preoccupato dalla sorte di mia madre e di mia sorella che avevo lasciate a Cormons.
Il capitano ci fece accompagnare da un soldato in località RAUNIZZA, sita dietro S. Gabriele e S. Daniele, dove trovai altri ufficiali prigionieri fra i quali anche il tenente medico Ferrari. Un soldato mi perquisì e mi sequestrò la macchina fotografica che tenevo nel tascapane. Mi lasciò il rasoio, un asciugamano ed una scatoletta aperta di latte condensato, ciò che rappresentava tutto il mio patrimonio. Nel pomeriggio, noi ufficiali fummo trasferiti attraverso Ternova a Carnizza, dove fummo alloggiati nel grande fienile annesso alla casa del guardaboschi. Dimenticai di dire che durante tutto questo trasferimento ci accompagnò una pioggia scrosciante e fredda iniziata a Tarnova. ( )
Da qui inizia il lungo trasferimento del dott. Manzini verso linterno dellImpero Austroungarico che, come prigioniero attenderà la fine del conflitto nel campo di Sigmundsherberg e, dopo altre vicissitudini sarà congedato nel giugno 1920.
RENATO BORTOLI,FEDERICO DONATO,PINO MARCHI, DallIsonzo al Pasubio 1915-1918,
Tipografia C. Menin, Schio